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Ovunque cresca: nelle fessure tra i marciapiedi e l’asfalto o nelle aree abbandonate e deserte, rimane l’ultimo pungente fiore della vita.

I Vescovi italiani hanno scritto al Governo e al Parlamento una lettera aperta per porre l’attenzione sulle ‘Aree interne’, cioè le aree sperdute e abbandonate dall’uomo un tempo considerate preziose comunità di valori e opportunità.

…nella difficile fase in cui siamo immersi è indubbio che nel Paese si stia allargando la forbice delle disuguaglianze e dei divari, mentre le differenze non riescono a diventare risorse, tanto da lasciare le società locali-e in particolare i piccoli centri periferici-alle prese con nuove solitudini e dolorosi abbandoni. Sullo sfondo, assistiamo alla più grave eclissi partecipativa mai vissuta. S’impone, dunque, una diversa narrazione della realtà, capace nel contempo di manifestare una chiara volontà di collaborazione e di sostegno autentico ed equilibrato, al fine di favorire le resistenze virtuose in atto nelle cosiddette Aree interne, dove purtroppo anche il senso di comunità è messo a rischio dalle continue emergenze, dalla scarsa consapevolezza e dalla rassegnazione…

Avano, Indovero, Sanico…a Tremenico, una vecchina che vive sola in una casetta vicino alla piazzetta tra case sbarrate e vicoli deserti, mi ha detto: “se ne sono andati tutti, mia figlia vorrebbe portarmi via…ma non posso, mi sento soffocare laggiù in mezzo al traffico, mi troveranno morta, ma nel mio paese e nella mia casa…”. Questi sono solo alcuni dei tanti borghi della Comunità Montana semi abbandonati, gli altri vedono ridursi il numero degli abitanti ogni anno, i giovani se ne vanno senza più voltarsi indietro.

…La recente pubblicazione ISTAT del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, che aggiorna la Strategia Nazionale per questi territori, delinea per l’ennesima volta il quadro di una situazione allarmante, soprattutto per il calo demografico e lo spopolamento, ritenuti nella sostanza una condanna definitiva, tale da far scrivere agli esperti a pagina 45 che la “popolazione può crescere solo in alcune grandi città e in specifiche località particolarmente attrattive”.

Nel testo, vengono a un certo punto indicati alcuni obiettivi che, però, per la stragrande maggioranza delle Aree interne, risultano irraggiungibili per “mancanza di combinazione tra attrattività verso le nuove generazioni e condizioni favorevoli alle scelte di genitorialità”. Sono molti gli indicatori che fanno prevedere all’ISTAT un destino delle Aree interne che, sotto tanti aspetti, sarebbe definitivamente segnato, al punto che l’Obiettivo 4 della Strategia Nazionale s’intitola: Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. In definitiva, un invito a mettersi al servizio di un ‘suicidio assistito’ di questi territori. Si parla, infatti, di struttura demografica ormai compromessa, ‘con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a se stesse’. In sintesi, il sostegno per una morte felice.

…In questo quadro complesso-e preoccupante-, la comunità ecclesiale resta una delle poche realtà presenti ancora in modo capillare sul territorio nazionale…Va inoltre precisato che la stessa CARITAS italiana, facendo seguito alla richieste delle Caritas diocesane, sta avviando un coordinamento nazionale per le aree interne, pure con l’intento di sostenere le realtà territoriali nell’elaborazione di progetti che promuovano la coesione sociale e favoriscano la “restanza”, ovvero la possibilità concreta per le persone, soprattutto i giovani, di scegliere di rimanere e costruire il proprio futuro nei luoghi in cui sono nati: un lavoro frutto di un processo dal basso, fondato sull’ascolto dei bisogni e sulla mappatura partecipata delle risorse locali. Ad esempio l’attivazione di una rete di infermieri e operatori sociosanitari, taxi sociale, valorizzazione delle risorse esistenti per favorire occupazione e imprenditorialità locale…

Come Vescovi e Pastori di moltissime comunità fragili e abbandonate, quindi, non possiamo e non vogliamo rassegnarci alla prospettiva adombrata dal Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne…Chiediamo che venga esplorata con realismo e senso del bene comune ogni ipotesi d’invertire l’attuale narrazione delle Aree interne.

L’ingorgo di leggi e leggine nel corso degli anni ha permesso la distribuzione di finanziamenti in progetti non strutturali, finalizzati all’uso e getta di piccoli interventi stagionali, seminando contrasti e polemiche.

Ieri il sig. Franco, considerato un po’ il guardiano della Valle, ha affermato: “come si può dare tutti quei soldi ai tagliaboschi che coi loro giganteschi trattori rovinano le strade agresti e devastano i prati? Appena arrivano i soldi, tagliano le antiche faggete lasciando marcire piante leggiadre in mezzo al bosco perché posizionate male, sostenendo che non c’è convenienza a raccoglierle seppur tagliate. Poi scappano. E le pecore non hanno più i tratturi…”. Il sig. Franco è anziano e vive solo tra le cascine abbandonate, un tempo piene di bambini coi piedi scalzi che giocavano a ‘mondo’.

Le competenze non devono marcare differenze, ma accorciare le distanze in un percorso plurale e condiviso. E’ necessario un ripopolamento delle idee per passare al ripopolamento nelle Aree Interne dove la vita non deve finire per decreto politico: l’Italia dai mille campanili è troppo bella e preziosa.

MARIA FRANCESCA MAGNI

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