TURIN, ITALY - MARCH 15, 2017: The symbolic fresco of patriarchs Moses, Joseph, Abraham and Josue in church Chiesa di San Dalmazzo by Enrico Reffo and Luigi Guglielmino (1916).
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Le ragioni dell’interminabile sterminio di palestinesi, tuttora in atto, da parte dello Stato di Israele risiedono, in gran parte, in plurimillenarie radici etnico religiose e antropologiche sulle quali si innestano profili geopolitici stratificati nei secoli. Ridurre la storia di Israele e dei conflitti con il mondo arabo e/o palestinese, ad eventi di uno o due secoli fa è un errore capitale.

Ancor meno giustificato è stabilire un punto di partenza e di analisi del problema, nella disumana aggressione terroristica di Hamas del 7 ottobre 2023. Le origini storiche del popolo di Abramo e dello Stato ebraico moderno si perdono in lontananze indecifrabili e sfumano nelle nebbie dei mitologemi biblici e nelle persecuzioni alle quali gli ebrei sono stati sottoposti da tempi immemorabili, il cui punto di non ritorno è costituito dal genocidio della “soluzione finale” hitleriana. Chiedersi il perché di tutto ciò è un atto dovuto, sapendo però che non esisterà mai una risposta univoca, né semplice.

Appare tuttavia di fondamentale importanza distinguere con precisione, questa sì possibile, e fermezza, lo stato di Israele dall’ebraismo, il governo di Netanyahu dal popolo di Israele. In altri termini essere antisionista non significa ipso facto essere antisemita. È, questa necessaria distinzione, uno degli elementi critici che molti, a partire dal governo di Gerusalemme, sembra non intendano riconoscere. A prescindere dalle dispute terminologiche, semantiche o ideologiche legate alla definizione di genocidio attribuibile alle operazioni militari dell’Idf nella Striscia. La cronaca e la Storia insegnano però che a volte il violentato può diventare violentatore e che la vittima può trasformarsi in carnefice. Perseguitati e persecutori possono diventare indistinguibili.

Nell’esistenza e nell’azione politica dello Stato di Israele è comunque certamente presente e agevolmente individuabile, anche se non isolata né isolabile, una profonda componente religiosa dalle cui caratteristiche non è possibile prescindere. I credenti, tutti i credenti, credono perché sperano. Meglio: credono per sperare. È, la speranza nell’eternità (in forme e modi differenti) della vita dopo la morte, il perno fondamentale attorno al quale si agitano tutte le religioni teiste. Togliete all’uomo la speranza e toglierete l’uomo dal mondo. Proprio quella che Eschilo, nel “Prometeo incatenato” chiama “cieca speranza” e che Schopenhauer definisce “immotivata volontà di vivere”, Leibniz “conatus”, Bergson “elan vital”. L’uomo non vuole morire per sempre; per questo deve farsi simile a dio. Questo è anche il senso dell’introduzione del concetto di anima nel pensiero occidentale, da Platone ai nostri giorni: anima come demiurgica scintilla divina. A ben vedere, anche per gli antichi greci, ciò che davvero distingue l’umano dal divino è l’immortalità. Per il resto anche gli abitatori dell’Olimpo, soffrivano, amavano, odiavano, tradivano, proprio come le divinità dell’Induismo e delle religioni dell’America precolombiana: proprio come noi. A questo, soprattutto anche se non solo, servono le religioni: offrire una speranza di eternità, di sopravvivenza oltremondana. Con tutti i paradossi e le aporie che inevitabilmente ne seguono.

Ad indirizzare e organizzare l’agire umano in questo mondo, provvedono la morale (di cui l’etica rappresenta l’aspetto, per così dire, universale), i precetti, le norme scritte o consuetudinarie, che trovano ampio spazio in quasi tutti i testi sacri sotto ogni latitudine e sono strumenti “tecnici” utili per produrre modelli di comportamento in questa vita, per la sopravvivenza individuale e sociale in un determinato contesto storico.

L’anima volge lo sguardo altrove. Un altrove intessuto di speranza e desiderio di immortalità. Paradiso, Janna, Nirvana, Walhalla; persino Ade e Inferno guardano all’eterno. Per l’ebraismo, nella sua versione originaria, l’aldilà è un luogo enigmatico e tenebroso chiamato Sheol, molto simile all’ade dei greci, dove le anime risiedono eternamente come ombre vaghe. Ombre come anime. Anime come ombre. In attesa del Messia il cui avvento porterà forse il ritorno di Eden, Olam Ha-Ba “il mondo che verrà”. Anche se l’ebraismo tradizionale pone maggiore enfasi su Olam Ha-Zeh (“questo mondo”).

Su questi temi il dettato veterotestamentario è oscuro e incerto. Ma l’attesa di un “unto del Signore” guarda oggi a un intero popolo, il “popolo dell’Alleanza” poiché l’attesa messianica dell’ebraismo post cristiano non è più definita da una sola persona, sia pure divina. Come ha scritto il rabbino Dante Lattes “Il Messia Uomo dei tempi eroici (…) diventa il popolo Messia. Israele è il servo di Dio che soffre per la salute del mondo, per la conversione del mondo.” Dunque un intero popolo, per l’ebraismo moderno, diventa il “dominatore del mondo”. Ilconcetto di “dominio” è presente nella Bibbia fin dal principio e sta alla base dell’antropologia veterotestamentaria: “…riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente…” (Genesi 26, 28). L’attesa si è conclusa: Israele è il Messia e dovrà dominare il mondo. Un popolo si fa persona. “Ascolta, Israele (…) Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore”. (Deuteronomio 6; 4, 6)

Ad ogni modo, purché sia possibile o sperabile una vita eterna, in qualche forma, anche il dolore incessante, lo strazio dei dannati, i tormenti di una punizione interminabile sembrano risultare preferibili alla nullificazione della dissoluzione totale, a una morte senza tempo né ritorno.

Va sottolineato però che ridurre l’ebraismo al solo aspetto religioso è riduttivo e fuorviante. Non va dimenticato che gran parte dell’Antico testamento è composto da prescrizioni pratiche e norme morali riferite alla vita quotidiana, a una prassi legata alle esigenze di sopravvivenza di un antichissimo popolo prevalentemente nomade che dopo 4mila anni e innumerevoli tentativi di eliminazione totale, mantiene (caso unico nella storia) un preciso profilo etnico, religioso, politico; un popolo che, come scrive Vittorio Messori, ha “…superato il dissolvimento del mondo antico, conservando intatta la sua identità”. Se ciò costituisca un bene o un male è oggetto tuttora di acceso dibattito sostanziato dal conflitto in atto nella Striscia, scaturito dalla strage terroristica condotta due anni fa in territorio israeliano dai miliziani di Hamas e smisuratamente dilatato nei successivi massacri nella striscia di Gaza ad opera delle forze armate di Gerusalemme. Massacri che proseguono ancor’oggi, privi di alcun criterio di proporzionalità rispetto all’orribile atto terroristico che li ha originati.

La soluzione definitiva del conflitto può risiedere nella creazione di uno Stato palestinese? Forse, ma in tal caso chi o che cosa potrà indurre Israele a rimuovere centinaia di insediamenti di coloni dal territorio del nuovo Stato di Palestina? Le inascoltate “gride” dell’Onu? E, ancora, grazie a quale “geometria politica” si potranno definire con precisione, offrendo adeguate garanzie di stabilità, i nuovi confini? Ripetere compulsivamente (non importa da quali pulpiti) il mantra leonino della “pace disarmata e disarmante” o inviare alcune barche a vela verso il teatro del massacro appare, pur se in certa misura condivisibile, tragicamente insufficiente. Anche se alcune coscienze potranno provarne qualche sollievo.

ELIO SPADA

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