il 15 ottobre 2025 in Villa Migliavacca di Introbio, nuovo incontro dell’Unitre Valsassina, tra volte e mattoni rossi, la prof.ssa Teresa Cassani ha tenuto una lezione raffinata sul pensiero del grande filosofo Seneca, il maestro che anteponeva il buon esempio alla vanità del potere.
Il ‘De Clementia’ scritto tra il 55-56 d.C., il ‘De Beneficiis’ composto tra il 56-62 d.C. e il ‘Naturales Quaestiones’ steso tra il 62-64 d.C., insieme costituiscono i 3 trattati di Anneo Lucio Seneca, considerato il massimo autore di prosa filosofica.
“Clemenza è tenere a freno la passione quando si ha il potere di punire”. Seneca non mette in discussione il potere dell’imperatore, ma come viene amministrato: invita l’imperatore (Nerone) alla moderazione d’animo e ad essere indulgente col popolo come un padre coi propri figli.
“I costumi dei cittadini si correggono maggiormente con la moderazione delle punizioni: il gran numero di delinquenti, infatti, crea l’abitudine di delinquere, e il marchio della pena risulta meno grave quando è attenuato dalla moltitudine delle condanne, e il rigore, quando è troppo frequente, perde la sua principale virtù curativa, che è quella di ispirare rispetto” De Clementia, III,20,2.
Il secondo trattato riguarda l’analisi del beneficio che per Seneca è bene in sé: in una società in cui l’amicizia è la più importante regola di convivenza, a prescindere dalla convenienza, il beneficio arricchisce chi dona e chi riceve, e può essere interpretato come una sorta di galateo, mentre l’ingratitudine nei confronti di chi ha elargito è degna di disprezzo.
Il terzo trattato di Seneca mira alla liberazione delle persone dalla superstizione e dalla paura dei fenomeni naturali, e ricorda un po’ il De Rerum natura di Lucrezio. Gli uomini per Seneca devono avere fiducia nel progresso della scienza che nella sostanza ha un contenuto morale perché sublima la coscienza avvicinandola all’ordine divino.
Ma i leader, perennemente inquieti, si muovono per accumulare ricchezze materiali, battimani o il seggiolone dorato, allo scopo di compensare lo squilibrio tra la loro vita interiore in subbuglio e il risultato del loro comportamento.
Solo la tranquillitas animi, o tranquillità dell’anima, permette la quiete interiore, in quanto la lente della coscienza ingrandisce il fatto eloquente che proveniamo tutti da un’unica matrice. E andiamo tutti in un’unica destinazione…
Il vero benessere, o felicità, si ottiene dunque nello stato interiore dell’anima attraverso la virtù e la saggezza, sosteneva Seneca: e’ importante alternare gli impegni sociali, affettivi, lavorativi con attimi di solitudine, riflessione e studio. Il filosofo raccomandava a Lucilio di leggere molto e poi di recarsi nella muta stanza interiore per trarne insegnamenti e trovare la verità nei valori dell’esistenza umana: pietà, fedeltà, pazienza, serietà, infine la maiestas.
Per accorgerci chi siamo e che strada stiamo percorrendo: “La vera felicità, non dipende dalle condizioni esterne, ma dallo stato dell’anima” Seneca, L’arte di essere felici e vivere a lungo.
Il filosofo, specifica Teresa Cassani, sostiene che chi è rabbioso e borbotta perché c’è il sole che scotta, la pioggia che bagna, o il vento che schiaffeggia…non sarà mai in pace con se stesso: “l’ira è una forma di follia, una perdita di controllo su se stessi. Chi è soggetto all’ira è come un uomo che combatte contro se stesso. L’ira è una malattia dell’anima che ci rende schiavi delle nostre emozioni. La vera forza è quella di dominare le proprie emozioni, non di lasciarsi dominare da esse. La vera virtù è saper mantenere la calma e la ragione in ogni situazione, anche quando si è provocati” Seneca, De Ira.
Seneca nel nono libro ‘De tranquillitate animi’ dei Dialoghi in cui colloquia con Anneo Sereno, invita le persone a dedicarsi al bene comune e a credere nell’amicizia, ricavando spunti da Democrito di Abdera che ride della stoltezza umana: l’uomo curi l’anima invece di ricercare se stesso in cose vacue che non sono altro che le manifestazioni di quelle passioni disordinate che tirano il pensiero dove è più comodo che tiri il vento: “chi vorrà vivere tranquillamente non tratti molti affari privati né molti affari pubblici”.
Nelle ‘Lettere a Lucilio’ l’amicizia è il centro del discorso filosofico di Seneca. Lucilio era un poeta e storico romano del I secolo d.C., procuratore della Sicilia su incarico di Nerone, molto amico di Seneca. Dalla lettura delle lettere emerge che essere amici significa condividere tutto, anche le difficoltà, e diventare un ‘se stesso’ per l’amico sulla base della meditazione dei principi morali e della cura per l’altro. Solo seguendo questo cammino si diventa sapienti e saggi.
Viene evidenziata l’antitesi tra la vita contemplativa e la vita mondana che rileva la differenza tra epicureismo e stoicismo: il primo termine deriva dal dotto Epicuro e significa che il saggio non deve occuparsi della vita pubblica in quanto ciò lo allontanerebbe dall’atarassia, la perfetta tranquillità d’animo, e solo in caso di grave pericolo il saggio deve accorrere in soccorso della patria; il secondo vuol dire che il saggio deve essere operoso pubblicamente al fine di essere un esempio per gli altri cittadini. Seneca suggerisce una mediazione, esclude l’intransigenza nell’operare il bene, mantenendo la serenità interiore in coerenza con la capacità di giovare agli altri. Una pratica raccomandata dallo stoico è l’aiuto ai più bisognosi. Ancora oggi stoico, secondo la tradizione popolare, significa sopportare le sofferenze e i disagi con coraggio.
Numerosi sono (e sono stati) i politici o uomini di Stato che condividono la filosofia di Seneca, dal passato arriva l’eco dell’imperatore Marco Aurelio che ne è l’emblema.
Per vivere in armonia con se stessi e con gli altri è necessaria quindi una rispondenza tra l’anima, o dote morale, e l’agire concreto. L’anima però non si deve accartocciare sulle finzioni dell’apparenza del bene, deve risplendere della luce vera del bene comune.
Tranquillitas, come medicina dell’anima, si intende quindi l’idea dell’animo equilibrato del saggio che partecipa alla vita politica. Anche Cicerone interpretò il concetto, quasi poeticamente, come ‘bonaccia del mare’ o ‘serenità del cielo’ per descrivere quello stato umano di pace indiscutibilmente aureo e utile alla comunità.
L’esempio più significativo, nel ragionamento di Seneca, è quello di Socrate che, anche nella tirannia, non venne meno al proprio dovere di invogliare i propri concittadini alla riflessione critica mediante la maieutica, ossia la ricerca della verità in se stessi prima, e successivamente tradotta coerentemente in partecipazione attiva dopo.
Per Seneca la forza morale incorporata nell’onestà consente al saggio di interagire con virtù ed è l’unico percorso per arrivare all’imperturbabilità necessaria alla serenità interiore. In questo percorso è determinante sforzarsi di trovare il tempo per riflettere e per abbandonare le vane cose.
Lucio Anneo Seneca, chiamato anche Seneca il Giovane per distinguerlo dal padre di rango equestre, nacque a Corduba, o Cordova capitale della Spagna Betica, nel 4 a.C. e morì a Roma nel 65 d.C.
Gli Annaei, la famiglia di Seneca, discendevano da immigrati italici trasferitisi nella Hispania Romana nel II secolo a.C. durante la colonizzazione della nuova provincia.
Seneca studiò retorica, grammatica, lettere, filosofia a Roma. Suo principale maestro fu Attalo che lo guidò verso lo studio dello stoicismo.
Nei secoli la sua fama di filosofo stoico eclettico cavalcò i secoli in gloria superba con la tesi della ‘nuova Stoà’ che predicava il dominio della ragione sulle passioni terrene per dar modo allo spirito di rivelarsi con saggezza.
Seneca fu senatore e questore nell’età giulio-claudia.
E, nonostante Seneca fosse il precettore di Nerone, quest’ultimo, dopo un quinquennio definito ‘di buon governo’ grazie ai consigli e agli insegnamenti del suo maestro, lo condannò a morte per sospetto di congiura…fu una pugnalata senza sangue per il filosofo. Credo che morisse in quell’istante.
Era prassi che quando un imperatore decideva per la morte di qualcuno gli imponesse il suicidio o la spada per mano dei soldati.
A quel punto Seneca scelse il suicidio, insopportabile fu la mestizia della sentenza del suo dispodico princeps. Troppo il dolore inferto all’anima onesta di un asceta che cercava continuamente di insegnare la virtù e il valore dell’interiorità con la pratica dell’esame di coscienza.
…il giudizio retto che ci guida…
MARIA FRANCESCA MAGNI


Proficua ricerca di argomenti altamente culturali,ben al di sopra della media di altre Università. Mi complimento con gli organizzatori e mi ritengo fortunata di avere vicino a casa questi splendidi pomeriggi.