Un pastorello che suona la zampogna attorniato da pecore: fu il marchio dell’imprenditore geniale di Lecco Graziano Tubi.
…Un segno distintivo imprenditoriale che rievoca le origini più vere dell’uomo sfumato nei colori pastello in un romantico quadretto tondo di porcellana…
…Era assai distratto quel giovinotto durante le lezioni di Diritto privato…guardava dalle vetrate dell’università e pensava a inventare, a come capire il meccanismo delle cose utili per contribuire al progresso della civiltà con l’ausilio della conoscenza scientifica, meccanica e tecnologica, però con un pizzico di natura dentro: come il fischio del vento inserito in un armonium o la forza dell’acqua per azionare un ingranaggio…
“Giovinotto!” venne richiamato dal docente impettito.
No, quel corso di studi non era proprio per lui, che noia comprendere la differenza tra negozio giuridico e contratto…e nell’ora successiva tutte quelle circostanze in Diritto penale…Così si scusò col professore alludendo a un malore e decise di uscire. Camminando, mi piace pensare, nel Verziere del Porta per poi raggiungere piazza Duomo, Graziano ebbe l’idea di diventare imprenditore in tutti i campi di sperimentazione laboratoriale funzionale al buon vivere di tutti, senza dimenticare gli spartiti musicali, gli studi sul baco da seta e il buon vino, i viaggi soprattutto in Nord Africa, oltre all’impegno politico: fu uno dei primi parlamentari a sensibilizzare il legislatore sulla sicurezza del lavoro nelle fabbriche e nei cantieri al fine di preservare in salute la vita dei lavoratori.
A tal proposito due furono le considerazioni che Tubi fece in Parlamento: la prima riguardava la scarsa attenzione degli imprenditori per la formazione dei lavoratori sul tema della sicurezza indispensabile per svolgere le mansioni delle direttive; la seconda contestava la nomina di un tecnico responsabile per controllare le condizioni di lavoro e i rischi connessi, organo non soggetto a nessun controllo se non a discrezione del datore di lavoro, Tubi suggerì la nomina di una commissione a tutela della sicurezza sui posti di lavoro con la domanda: chi controlla il controllore?
Graziano Tubi, un grande imprenditore lecchese dell’800, è stato ricordato dall’Associazione Giuseppe Bovara Archivi di Lecco e della Provincia con la presentazione de: “L’avventura algerina di un ingegno lariano” sabato 8 novembre 2025 nella sala neogotica dell’Officina Badoni in occasione del bicentenario della nascita, con la collaborazione del Consiglio dell’Ordine degli Ingegneri di Lecco e il patrocinio di: Officina Gerenzone, Confindustria Lecco e Sondrio.
Importanti personalità: Umberto Calvi, Paolo Colombo, Francesco D’Alessio, Mario Goretti, Anna Maria Molinari, Matteo Possenti, con gli interventi musicali del maestro Marco Dell’Oro con l’armonium e le letture coinvolgenti di Gianfranco Scotti del diario scritto da Graziano Tubi in Algeria nel 1857 hanno, in corale armonia, completato il puzzle dell’esistenza piena di sapienza positiva e innovativa dell’imprenditore ottocentesco lecchese. Tubi seminò le sue esperienze nei suoi vigneti, tra i gelsi attorno alla sua casa, e negli opifici artigianali che dettero vita alle sue stupefacenti invenzioni. Credo che un po’ di quella arietta magica di entusiasmo imprenditoriale che si respirava a quei tempi e in quell’area si sia sparsa in tutta Lecco, in Provincia, sui monti e sul lago…
C’è una via a Lecco lontana dal trambusto titolata a Graziano Tubi. La stradetta si trova dietro il campo di calcio cittadino e sbocca in piazzale Caleotto. Ebbene, è difficile crederlo, ma in quella zona si sono sviluppate le aziende di ricerca dell’imprenditore Tubi che ha impresso, senza fanfare di gloria, le sue orme di imprenditore discreto e umano sulla strada della storia dell’imprenditoria italiana.
Graziano Tubi nacque a Milano il 18 dicembre 1825 e morì a Lecco l’8 ottobre 1904. Fu per 3 volte deputato alla Camera dei Deputati del Regno d’Italia nelle legislature: XI, XV, XVI: degne di nota le proposte per il censimento della popolazione del Regno e per la riscossione delle imposte al fine di offrire servizi. Significativa la sua relazione sul ‘flagello della filossera’ nel territorio lecchese, presentata a una Commissione parlamentare appositamente costituita. Considerato un esperto di vinificazione, fu incaricato dal Parlamento di verificare lo stato del settore e di presentare un rapporto in merito.
A completamento di questo lavoro, nel 1868 pubblicò il libro “Manuale di vinificazione”. Si laureò in giurisprudenza per non tradire la tradizione familiare visto che il padre era un avvocato, ma il suo cuore batteva per il fare concreto, amava le ruote dentate e i marchingegni, voleva creare oggetti funzionali alla portata di tutti. Con lo stupore di un fanciullo affinava le sue conoscenze sui libri, spesso confondendosi tra la gente, sperimentando in prima persona le teorie dei suoi innumerevoli interessi, per poi aprire le mani e lasciare andare per il mondo il suo sapere arguto e finalizzato al bene sociale.
Graziano Tubi era lento nei movimenti, pacato nel parlare, non amava il chiasso, ma la compagnia, allestiva continuamente vetrine di prestigio dell’ingegno industriale lecchese.
Le creazioni col marchio Tubi più famose sono: il battello-carro, una macchina di trasporto trainata da cavalli in grado di muoversi sui fiumi o via terra; l’odometro, uno strumento che misura distanze, velocità e tempo percorsi da una vettura; l’acquamotore, un congegno capace di far superare a una barca la corrente dell’acqua per mezzo della corrente stessa. Questa invenzione fu premiata all’Esposizione Universale di Parigi nel 1867; l’elice col sistema ‘Grassi-Tubi’ con cui tentò di far superare le pendenze delle locomotive. Nel 1860 Tubi fondò una ditta di armonium a Milano, ma nel 1868 trasferì gli stabilimenti a Lecco dove comperò una vasta tenuta con un mulino, i capannoni dedicati alla produzione di armonium avevano tetti a shed, cioè inclinati di 45 gradi dalle grandi finestre che garantivano illuminazione e areazioni sufficienti all’ambiente di lavoro.
L’azienda di armonium aveva maestranze di circa 30 persone che erano in grado di produrre 1 strumento al giorno. Accanto c’era l’opificio serico adibito alla bachicoltura. Inoltre vi era un esteso vigneto, e tra l’uva delle sue vigne Tubi condusse esperimenti per studiare la filossera. Nei pressi c’era un laboratorio per la costruzione di serramenti innovativi, fino allora sconosciuti, che consistevano in persiane con l’apertura parziale dei listelli. Infine erano collocate le case degli operai e vicino la casa padronale.
Partecipò attivamente alla vita sociale dell’epoca per dare impulsi propositivi: nel 1864 Graziano Tubi divenne socio della Società Lombarda di Economia Politica di Milano; fu Presidente del Comizio Agrario e della Camera di Commercio ed Arti di Lecco; si dedicò a esaminare le problematiche dell’imprenditoria locale e scrisse di conseguenza numerosi articoli a riguardo; propose alle autorità locali un progetto di riqualificazione urbanistica della città di Lecco in forte crescita su poco territorio disponibile, ma non venne ascoltato. Lecco si espanse senza una rete viabilistica specifica avvalendosi del tracciato di antiche stradine, e con un centro tranciato dalla ferrovia, in sostanza la città si sviluppò senza pianificazione in cui era evidente il caos. Tubi commentò: ‘se si vuole essere a Lecco a un’ora stabilita è meglio andare a piedi’, parole che, a distanza di 150 anni, sembrano più attuali che mai…
Due parole in più sugli armonium: nel 1861 Graziano Tubi apprese a Parigi la tecnica di produzione degli armonium, in particolare quella della ditta Alexandre i cui modelli vennero riprodotti negli stabilimenti lecchesi con le celebri ance Estève (le ance sono sottili linguette metalliche in ottone o in acciaio che vibrano grazie a un flusso d’aria prodotto da un mantice con lo scopo di generare un suono. La vibrazione viene controllata dai pedali che regolano la pressione dell’aria) che permettevano un timbro limpido dello strumento musicale. Ma lo stile costruttivo degli armonium francesi ‘da salotto’ non soddisfacevano appieno il gusto di Tubi che ben presto si discostò per creare gli armonium all’italiana, allineandosi così al Movimento Ceciliano che imponeva forme più austere, senza fronzoli. Il catalogo della ditta Tubi presentava strumenti di imponenti dimensioni accanto a strumenti economici ‘guide chant’ portatili, usati in ogni contesto, nelle piccole chiese, nelle scuole e in casa.

La Privilegiata Fabbrica Italiana d’Armonium del dott. Graziano Tubi nel corso degli anni, con lungimiranza, seppe cambiare le tecniche di produzione adattandole agli stili e alle esigenze del momento: da strumenti in ebano o noce con tasti in avorio passò a strumenti di modesta fattura in bachelite e pannelli impiallicciati, soprattutto durante la seconda guerra mondiale per la penuria di materie prime di pregio. Prima della chiusura definitiva dell’impresa, dovuta alla drastica riduzione della domanda di tali strumenti soppiantati da quelli elettronici, Bonifacio Calvi uno degli ultimi discendenti, sviluppò armonium con ance ‘da concerto’ in grado di emettere un suono squillante e un’intonazione chiara, ma l’idea non bastò a frenare l’assenza di mercato.
Nei suoi 110 anni di vita la ditta di Graziano Tubi si calcola abbia prodotto 60mila armonium.
…ma i fagotti, la cornetta, il tremolo, il flauto, il clarino, la voce celeste…degli armonium di Graziano Tubi rimarranno per sempre come grucce appese al filo della memoria di ogni lecchese.
MARIA FRANCESCA MAGNI


