Condividi l'Articolo sui Social

La natura e l’uomo

Nell’incontro tenutosi mercoledi scorso all’Unitre Elio Spada ha esordito mostrando “La Scuola di Atene”, un quadro in cui Raffaello, un pittore rappresentativo del Rinascimento, ritrae i filosofi più illustri. Si possono individuare, tra gli altri, Platone e Aristotele al centro, Socrate sulla sinistra, ritratto di profilo, e poi Eraclito in primo piano, e altri presocratici come, ad esempio, Pitagora.

Elio Spada definisce il termine filosofia, “amore per la sapienza”, precisandone l’origine nel tempo (VII-VI secolo a. C.) e nei luoghi (colonie greche dell’Asia Minore e della Magna Grecia). Sottolinea l’importanza della filosofia come sapere autonomo che sostituisce il mito, e rappresenta uno strumento di indagine basato sull’utilizzo della ragione. Uno strumento che orienta l’uomo a porsi delle domande e suggerisce risposte che si diversificano, in quanto derivano da considerazioni e metodi diversi.

I filosofi antichi, che ricorrono al pensiero razionale, si prefiggono di cercare l’origine di tutte le cose, di conoscerne la sostanza, di spiegare la molteplicità di ciò che esiste in natura, di individuare il rapporto tra unità e molteplicità, essere e divenire. Le questioni poste da detti filosofi costituiscono ancora validi motivi su cui indagare.

Talete (VII_VI sec. a.C. Mileto) che usa il metodo induttivo (dal particolare al generale), individua l’archè (il principio fondamentale) nell’acqua. Non esiste differenza tra natura animata e non animata.

Eraclito (VI -V sec. a. C), che distingue tra coloro che praticano la filosofia,” gli svegli”, e chi non la esercita “I dormienti”, è noto per avere affermato: “Tutto scorre” ovvero “Panta rei”. Il filosofo crede che la realtà subisca un continuo fluire. Sostiene che l’armonia del mondo dipende dal mantenimento del conflitto tra contrari. Per Eraclito il principio fisico delle cose è il fuoco.

Per Anassimandro (V- IV sec. a. C.), che si avvale del metodo deduttivo, l’archè è rappresentato nell’apeiron. Anassimandro sostiene che il principio capace di spiegare l’inizio di tutto non può essere specifico e concreto ma qualcosa di indefinito che non si può determinare.

Pitagora, che fonda una scuola, crede che l’archè sia il numero. Il numero è misurabile e la misura è un concetto su cui tutti si possono mettere d’accordo.

Parmenide (V.-IV sec. a.C.), invece, affermava che per essere vera la realtà deve essere stabile, cioè costante ed obiettiva. Parmenide individuava la presenza del sentiero della verità (aletheia) che porta a conoscere l’Essere vero e il sentiero dell’opinione (doxa) che porta a conoscere l’Essere apparente. Parmenide, che afferma la realtà dell’Essere, trova un valido sostenitore in Zenone.

Democrito, infine, un filosofo contemporaneo di Socrate, come Anassimandro e Parmenide, è il fondatore dell’atomismo: considera la materia composta da tante particelle originarie indivisibili. La realtà degli atomi costituisce l’archè, quindi l’essere immutabile ed eterno.

Elio Spada, conclude affermando che la filosofia trova la sua massima esplicitazione quando inizia a riflettere su sé stessa, quando si afferma il “pensiero del pensiero” secondo la definizione di Hegel.

Con un certo coinvolgimento emotivo la seconda relatrice, Teresa Cassani , ha presentato la figura di Socrate, il filosofo ateniese che incentra la propria attenzione sull’uomo.

Nato ad Atene nel 469 a.C., figlio dello scultore Sofronisco e della levatrice Fenarete, Socrate vive ed esercita il proprio insegnamento nella sua città, da cui si allontana solo per partecipare alla guerra del Peloponneso, un conflitto sorto tra Atene e Sparta (431-404 a.C.) costellato di varie battaglie, qualificandosi come oplita ligio al dovere e capace di gesti generosi a beneficio degli altri.

La vita del filosofo, dunque, attraversa il V secolo a.C., un periodo singolarmente vivo e movimentato della storia greca dal punto di vista politico e culturale. Durante questo secolo, dopo le vittorie conseguite nelle guerre persiane, ad Atene si afferma il governo democratico sotto l’egida di Pericle, mentre Fidia arricchisce la città di opere scultoree e architettoniche ed Eschilo e Sofocle propongono le loro rappresentazioni teatrali in cui rifluiscono miti assai connotati da simbologie.

Tra i Filosofi Naturalisti e i Sofisti, Socrate rappresenta una voce nuova, intrisa di virtù come virtuoso è il suo pensiero di cui ci ragguaglia, con i suoi 34 Dialoghi, il discepolo numero uno, estimatore assoluto del maestro, il filosofo teorizzatore del mondo delle idee, colui che accanto ad Aristotele ha plasmato il pensiero occidentale: Platone.

Teresa Cassani sottolinea come la figura di Socrate si prospetti subito non intimidente, ma simpatica e familiare. Nel presentarne il profilo e l’insegnamento che mantiene la sua inossidabile modernità, la relatrice prende le mosse dall’Apologia, l’opera di Platone che riporta gli Atti del Processo, intentato nel 399 a.C. (dal ripristinato governo democratico ateniese dopo la fase oligarchica filo-spartana rappresentata dai Trenta Tiranni), contro il filosofo accusato di empietà, cioè di non riconoscere gli dèi, e di corrompere i giovani.

Il filosofo, nell’opporre la propria difesa, racconta l’iter trascorso: parla dell’amico Cherefonte a cui la Pizia aveva rivelato che il maestro più sapiente di Atene era Socrate. Socrate, per appurare ciò, aveva dialogato con i personaggi più autorevoli della città, scoprendo infine che l’oracolo aveva ragione: infatti, tutti gli interpellati, convinti di sapere, in realtà mostravano fragili certezze, mentre Socrate, che sapeva di non sapere, si collocava al di sopra degli altri con la propria consapevolezza.

Il lascito più importante dell’insegnamento socratico è il metodo che si basa sostanzialmente su tre fasi: l’ironia (pars destruens) consisteva nel far emergere le false conoscenze attraverso il dialogo e la sottesa finzione; l’Esame, cioè la confutazione e la messa a fuoco del problema; la maieutica (pars construens) cioè l’arte di far partorire, tramite domande essenziali, le idee di cui l’anima è gravida (da qui il noto parallelismo col mestiere praticato dalla madre del filosofo).

L’attenzione del filosofo si appuntava sul dialogo: lo considerava lo strumento principe per fare filosofia. Socrate non lascia alcuna opera scritta perché sostiene che il pensiero è sempre in fieri e perciò non si può mai giungere a una conclusione definitiva, in quanto ogni punto d’arrivo rappresenta un nuovo punto di partenza. Lo stesso invitava a non accogliere passivamente le lezioni fornite dai maestri ma ad utilizzare sempre le capacità speculative personali.

Il commediografo Aristofane, nell’opera Le Nuvole, accusa Socrate di essere un ciarlatano al pari dei sofisti ma sono evidenti le differenze con gli esponenti di questa corrente filosofica, che condividono con il filosofo in questione l’interesse per l’uomo: per cominciare, i sofisti usavano, e insegnavano a usare, la retorica per persuadere, invece Socrate si serviva della dialettica per scavare nella dimensione interiore, nell’anima immortale, e trovare la verità; i sofisti erano scettici (Gorgia) o relativisti (Protagora) rispetto alla Verità, Socrate, per contro, credeva che esistesse la Verità e che fosse unica; i sofisti ritenevano che il concetto di virtù fosse legato alle varie abilità da coltivare per conseguire il successo, mentre Socrate sosteneva che la ricerca del bene rappresentava la virtù.

Socrate, nell’ indirizzare la sua attenzione verso l’uomo, riprende il responso dell’oracolo di Delfi “Conosci te stesso”, cioè “Conosci la tua anima”. L’uomo è formato dall’anima, una dimensione interiore che diventa più profonda se si esercita la virtù. Per Socrate la virtù coincide con il sapere. Non è il sapere sul mondo, non è il sapere dei filosofi naturalisti, ma quello etico, morale: riguarda il bene, ciò che, in definitiva, rende l’uomo sé stesso e dà la felicità. L’uomo nel fare il bene non fa altro che assecondare la propria natura sociale.

La difesa di sé, che Socrate espone al processo, comprende anche la concezione di un dio unico di cui il filosofo affermava di sentire la voce collocandolo al di sopra degli altri dèi. Socrate, che rispetta la sentenza emessa dalla giuria e che, nonostante la possibilità di fuggire offertagli, chiede che gli venga portata la cicuta, espone ai discepoli costernati, accorsi alla prigione in cui è stato rinchiuso, la propria visione sulla destinazione dell’anima (Il Fedone) e sull’aldilà, contemplando la teoria pitagorica della metempsicosi e la credenza nell’Ade secondo la tradizione.

A conclusione, la relatrice presenta Il Simposio, un dialogo di Platone, in cui Socrate, che partecipa a un banchetto assieme ad altri illustri personaggi, viene invitato ad esporre il proprio parere su Eros.

Il filosofo sbalordisce gli astanti sostenendo che Eros, a differenza di quanto affermato da Agatone, non è affatto bello, ma è brutto perché è figlio di Penìa, una mortale mendicante (mancanza) e del dio Poros (abbondanza). Eros-Amore è dunque desiderio di bellezza e di bene e pertanto avvertimento della loro mancanza. Amore, che è desiderio di possedere il bello e il bene, è la condizione generale dell’uomo che tende a conseguire il bene e la felicità di cui manca.

Eros è anche il simbolo della filosofia perché il filosofo, che si scopre ignorante, cerca di colmare la mancanza perseguendo il bello e il bene attraverso il sapere.

TERESA CASSANI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *