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All’Unitre Valsassina: i cecchini di Sarajevo e le macerie ancora roventi della guerra nella ex Jugoslavia

Lo scrittore Ezio Gavazzeni, dopo anni di ricerche e sulla base del documentario ‘Sarajevo Safari’ di Miran Zupanic, ha depositato presso la Procura di Milano un dossier che ha riaperto il caso sui ‘cecchini di Sarajevo’, anche italiani che pare partissero con pullman turistici per andare in Bosnia a prendere a fucilate i civili pagando una tariffa per provare l’emozione di colpire bersagli umani.

Per impallinare le donne e i bambini i cecchini dovevano pagare di più, perché assaporare la visione della morte negli occhi di persone indifese è eccitante, al pari di quando si spara a un cerbiatto o a un pettirosso…Nella sostanza i cecchini uccidevano senza conseguenze con la consapevolezza di avere il potere assoluto di decidere della vita altrui, se musulmani meglio ancora.

Tra il 1992 e il 1996, cecchini europei, e chissà di quale altra provenienza, si recavano sulle colline che coronano Sarajevo, e sparavano sulla Sniper Allery dove camminavano uomini, donne e bambini che cercavano di nascondersi tra un casermone e l’altro.

Oggi, grazie alla Magistratura milanese coadiuvata dai Ros dei Carabinieri, dopo 30 anni, forse un faro di luce rompe questo cono d’ombra inquietante. Il reato ipotizzato è: strage aggravata per futili motivi.

Uomini d’affari e facoltosi occidentali hanno saputo creare con maestria il turismo di guerra: partivano il sabato, o il venerdì, per tornare la domenica dalle loro mogli, nelle loro belle case, e il lunedì accompagnavano i loro figli a scuola…Durante la settimana frequentavano i circoli dei buoni cristiani…In pratica ciò che facevano nei fine settimana era una caccia all’uomo senza motivo: i cecchini non uccidevano per odio o per fede, o per un’ideologia, ma per un ‘senso di onnipotenza’. Ma il fatto più infame è l’indifferenza per il male causato.

Le partenze passavano da Trieste e probabilmente avevano il consenso delle milizie serbo-bosniache che controllavano le colline. Nei 1425 giorni d’assedio le forze serbo-bosniache di Radovan Karadzic e Ratko Mladic , condannati all’ergastolo per crimini di guerra e genocidio, circondarono la città impedendo l’entrata di cibo, acqua e medicine.

Il 26 novembre 2025, all’Unitre Valsassina nella sala del Consiglio Comunale di Introbio in Villa Migliavacca, il prof. Enrico Baroncelli e Mauro Castelli Presidente dell’Associazione MIR SADA – Progetto per la pace, hanno mirabilmente esposto la storia della ex Jugoslavia dove si sente ancora l’odore acre della brasca che non vuole la pace. La ex Jugoslavia è ancora oggi di fatto una polveriera che può saltare in aria da un momento all’altro.

Josip Broz Tito, croato sloveno di nascita, durante la seconda guerra mondiale guidò, anche con crudeltà nei confronti degli italiani istriani facendone di tutta l’erba un fascio causando l’ignobile e ingiustificabile massacro delle Foibe, la guerra partigiana jugoslava contro le forze dell’Asse: fascisti italiani e nazisti tedeschi. A guerra finita Tito divenne Presidente della Jugoslavia, che prima del 1919 non esisteva, formata da Stati che si disegnarono sulla cartina col righello a seguito della dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. Tito riuscì a tenere uniti i popoli slavi che non credevano minimamente nell’unità nazionale, anzi, le genti miravano ad esaltare esclusivamente la propria identità e supremazia.

Inevitabile fu cosi’ la guerra fratricida nei territori appartenuti alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia di Tito, e le guerriglie secessioniste e civili che si susseguirono 10 anni dopo la morte del dittatore Tito tra il 1991 e il 2001 cancellarono definitivamente dal mappamondo la Jugoslavia. Le modifiche territoriali guadagnate sul campo con migliaia di morti, portarono alla creazione degli Stati indipendenti di: Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia, Kosovo.

Alla base dei conflitti gli studiosi marcano il nazionalismo, la contrapposizione fra etnie e religioni: cattolica, ortodossa, musulmana, interessi economici interni ed esterni intenti a chiudere con l’esperienza della Repubblica di Tito. In aggiunta c’era l’ambizione dei leader politici che puntavano a un sovranismo imperante.

Tito morì il 4 maggio 1980. Per circa 6 anni, e cioè fino al 1986, la Jugoslavia sembrava potesse continuare a sopravvivere poiché il dittatore era riuscito a placare gli antichi odi territoriali bilanciando le richieste nazionalistiche e criticando aspramente lo stalinismo.

Tito posizionò la Jugoslavia fuori dai blocchi: occidentale capitanato dagli USA e orientale a guida URSS, diventando il Paese pilota dei ‘Paesi non allineati’. L’idea di Tito si basava sulla fratellanza e sull’unità (bratstvo i jedinstvo) dei popoli jugoslavi molto diversi tra loro, garantendo ad ognuno autonomia decisionale e rappresentatività nelle istituzioni dello Stato. Belle parole, ma…Tito per fermare l’avanzata del nazionalismo usò la forza, come nella ‘Primavera Croata’ nel 1971, contro il movimento che rappresentava un pericolo per l’unità della Federazione e per il ‘mercato socialista’.

Una donna croata nel 1983, Milka Planinc, progettò un piano economico enorme che sottopose al Fondo Monetario Internazionale con l’obiettivo di ridurre l’inflazione, aumentare l’occupazione, ridurre il debito pubblico, diminuire le importazioni per uscire da un’economia stagnante con l’intento fiducioso di riprendere la discreta crescita del Pil degli anni settanta. Ma lo scontento, alimentato dalle ideologie sovraniste e dalle religioni, cominciava a ribollire negli schieramenti politici delle genti slave. Nel 1987 venne a galla il crack finanziario dell’azienda bosniaca ‘Agrokomerc’ che fomentò ancora di più la richiesta di secessione delle Repubbliche jugoslave.

La Slovenia si considerava parte dell’Europa centrale, e nel Kosovo i serbi e gli albanesi non si sopportavano: i serbi, in maggioranza, formarono una rete di nazionalisti teorizzando il ritorno alla ‘Grande Serbia’ che, peraltro in epoche passate, contribuì a scatenare la prima guerra mondiale.

Con l’elezione del Presidente della Repubblica di Serbia Slobodan Milosevic nel 1989, la Serbia cavalcò il fenomeno nazionalista con lo slogan: la Serbia è là dove c’è un serbo, eliminando costituzionalmente l’autonomia del Kosovo. In Croazia Milosevic formò un partito di estrema destra L’Unione Democratica Croata, fondato sui principi degli ustàscia, i componenti del partito clerico-fascista-croato di estrema destra creato nel 1929 da Ante Pavelic, alleato dei nazisti di Hitler e dei fascisti di Mussolini. In Slovenia 4 giornalisti scoprirono dei documenti su un ipotetico intervento militare da attuare in caso di un’evoluzione sovranista, furono processati in lingua serbo-croata scatenando l’inferno popolare che avviò la ‘Primavera slovena’. Anche il Montenegro, con l’elezione di Momir Bulatovic, filo-serbo, spazzò l’ultimo rimasuglio dell’idea titoista jugoslava.

Ante Markovic, economista croato, nel 1989 fece domanda di adesione alla Comunità Economica Europea e propose una drastica riforma economica con una forte riduzione dei sussidi sociali, causando povertà e disoccupazione. Ciò detto esasperò le diversità tra i popoli jugoslavi

fino alla disgregazione definitiva della Federazione.

L’ultimo Congresso per l’ultimo tentativo dell’unità della Jugoslavia si tenne il 20 gennaio 1990, sloveni e croati ritirarono i loro delegati. La Jugoslavia, in agonia, morì così: per mano dei popoli della sua Federazione. Il colpo di grazia avvenne con l’autoproclamazione di indipendenza di Slovenia e Croazia in principio, e a seguire di tutte le altre.

Gli sloveni presero il controllo delle basi militari federali e delle frontiere con l’Italia e l’Austria mediante una guerra chiamata dei ‘10 giorni’, sostenuta politicamente dal Vaticano, dall’Austria, e dalla Germania.

Il governo di Belgrado nel frattempo accordò con l’Italia l’evacuazione delle truppe jugoslave via Trieste. L’allora Presidente della Repubblica italiano Francesco Cossiga informò le istituzioni triestine delle intenzioni jugoslave. I triestini occuparono il municipio per protesta. La Slovenia rispose che i soldati potevano uscire disarmati imbarcandosi a Capodistria, e la crisi diplomatica rientrò.

Il sig. Enzo Patuzzi (nella foto di copertina), socio dell’ Unitre, con lucida e toccante narrazione ha raccontato la sua esperienza diretta di profugo italiano per mano di Tito. Enzo nasce a Pola in Istria, da bambino gioca coi gabbiani sulla sabbia e ama guardare il mare che mugugna tra i cavalloni di schiuma…Ha appena 10 anni quando i soldati di Tito impongono alla sua famiglia di andarsene perché non gradita essendo italiana, considerando per giunta che il papà e la mamma erano maestri di scuola di italiano. Fu una tragedia incomprensibile per Enzo che ancora oggi si domanda perché. Enzo e la sua famiglia scapparono, si imbarcarono e giunsero ad Ancona. Le aspettative erano di accoglienza, invece i Patuzzi ricevettero un altro rifiuto. Enzo si sentì tradito e stordito dalle voci amiche italiane che dicevano: “andate via, non vi vogliamo, ci rubate il pane e il lavoro…”.

Il sig. Enzo ha poi condiviso il ricordo di un’esplosione sulla sabbia di Pola una domenica mentre si svolgeva una gara di nuovo: centinaia i morti e i feriti…volavano piedi e teste…e i gabbiani arrivavano a frotte per banchettare…l’orrore più osceno e infame che a un bambino ha lacerato il cuore…mai più ricucito.

La malvagità della violenza si intrufola nell’alibi di un’ideologia per giustificare l’odio e causare morte. L’uomo saggio deve allora ragionare se vuole eliminare la mentalità criminale, altrimenti saremo sempre punto e a capo. La messa in evidenza di questi fatti ci aiuta a identificare le posizioni e a prendere di conseguenza decisioni sagge per il bene di tutti.

Questo piccolo sunto è una piccola parte di ciò che accadde realmente in terra jugoslava e che tutt’ora si teme stia accadendo: da un momento all’altro si avverte il serio pericolo che qualche leader, eroe del sovranismo, alimenti gli animi dei popoli slavi e accenda la miccia, già posizionata, per scatenare un’altra guerra…

Per questo è importante fare memoria: il museo degli orrori commessi da tutti contro tutti, come la storia vissuta da un soldato italiano in guerra,, svela Enrico Baroncelli, che nella ex Jugoslavia vide un uomo girare con un secchio pieno di occhi cavati ai cadaveri dei soldati nemici,…deve essere chiuso.

…nonostante le strategie della disumanità ideologica riescano sempre ad aprirlo, l’uomo pensante deve essere pronto a spingere il portone e chiuderlo, senza stancarsi, col catenaccio della ragione.

MARIA FRANCESCA MAGNI

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