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Architetti e architettura tra le due guerre mondiali a cura dell’architetto Massimo Dell’Oro

Il 10 dicembre 2025 l’architetto Massimo Dell’Oro all’Unitre Valsassina nella Sala del Consiglio di Villa Migliavacca di Introbio, ha regalato a tutti i presenti una manciata di storia dell’architettura degli anni tra le due guerre mondiali.

Libri, paesaggi, ambienti rurali o cittadini, descrivono l’interpretazione della terra e del sole, delle acque, del cielo, di un vecchio borgo medievale, di un grattacielo e un prato, di un’altalena e una fabbrica…di un tempo andato, da parte dell’uomo. Così all’infinito…immagini che creano connessioni tra l’esplorazione del pensiero sulla realtà circostante e la progettazione dello spazio condiviso che ci permette di convivere al meglio.

L’architettura descrive la struttura, le fondamenta della storia di un agglomerato urbano: case e monumenti vengono descritti in ecfrasi che ci permette di verificare la funzionalità delle costruzioni e l’armonia estetica.

L’architetto riesce a regalare alle genti musei in ogni piazza e in ogni strada, i suoi progetti narrano la voce interiore delle emozioni provate davanti al tecnigrafo, e i tratti di matita diventano sussulti artistici che sfuggono all’evidenza della calce e dei mattoni. Anche se oggi è tutto computerizzato, rimane pur sempre quel quid immateriale che lega perennemente l’architetto al suo progetto.

Sicuramente ogni edificio progettato deve assolvere alle esigenze di chi lo occuperà e deve essere normato secondo legge, però c’è quel ‘passo’ tra il disegno e l’immaginazione dell’architetto che va oltre l’architettura tangibile e oggettiva: le finestre, le scale, i cambi di livello, i chiari e il buio, i materiali usati…sono il prodotto della sintassi dell’architetto in termini di competenza e di visione dello spazio per creare utilità e favorire la felicità delle persone. Ecco che allora gli spazi architettonici si concatenano, si prendono per mano per svelare il bello, almeno il più delle volte.

L’inframezzo tra le due guerre mondiali è segnato dalla distruzione edilizia in molte città europee. I politici avevano l’esigenza che gli architetti ricostruissero in modo veloce e a basso costo. In più, con tanta gente sfollata, c’era bisogno di ideare costruzioni ‘sociali’. In quegli anni turbolenti vissuti sulla scia di una guerra che non si era conclusa fino alla seconda guerra mondiale, si sviluppò l’architettura razionalista che presupponeva: l’utilizzo del cemento armato, l’abbandono degli stili classici e storici; pochi elementi, equilibrio tra forma e funzione, uso della tecnologia.

Si puntò a considerare il rapporto uomo-città e sulla qualità dello spazio abitativo.

In quegli anni si fece largo, per lo stile eclettico, ‘l’art déco’ il cui nome deriva da: arts décoratifs et industriels modernes o Esposizione Internazionale di arti decorative e industriali, tenutasi a Parigi nel 1925. L’art déco si ispirava alle arti primitive, al cubismo, al futurismo, al fauvismo, ma anche al neoclassicismo…a tutto ciò che era vita vibrante e travolgente come la musica jazz dal ritmo sincopato ed espressivo. L’art déco si contrapponeva agli sfarzi rococò e stile impero a partire dai mobili, poi con la produzione di oggetti in metallo, lacche e vetro, ferro battuto, alluminio, acciaio, legno intarsiato…Esempio di eleganza art déco fu la porta di ingresso della boutique Siegél all’esposizione parigina. L’art déco viene anche definita novecentrismo.

Il Chrysler Building è il grattacielo simbolo dell’art déco realizzato su progetto dell’architetto americano William Van Alen.

Il Movimento Moderno legato all’architettura razionalista e novecentrista, che si sviluppò in questo clima innovativo internazionale all’avanguardia sul modo di progettare, nacque tra le due guerre mondiali. La nuova corrente di pensiero dell’architettura mirava a costruire utilizzando i nuovi materiali, come l’acciaio e il vetro, e rendendo gli edifici funzionali allo scopo con una particolare attenzione ai bisogni sociali. Il Movimento Moderno adottò forme geometriche pure con l’integrazione di elementi tecnologici.

L’architetto Dell’Oro ha citato gli architetti di spicco di quel periodo.

Charles Edouard Jeanneret, noto come Le Corbusier (1887-1965), architetto svizzero, rappresentò l’innovazione dell’architettura del ‘900 per rispondere ai principi di efficienza, igiene e bellezza sfruttando le potenzialità dei materiali a disposizione.

Il pensiero teorico di Le Corbusier consisteva nel suddividere la città in più spazi specifici dedicati al lavoro, ai servizi, allo sport, alle aree residenziali, in maniera ordinata. E concepisce la casa come una ‘macchina da abitare’, sostenendo che ogni progetto dell’architetto deve partire dalle esigenze dell’uomo.

Nel 1926 Le Corbusier pubblica i ‘Cinque punti di una nuova architettura’: la casa va collocata su pali o ‘pilotis’, il piano terra diventa cosi’ uno spazio aperto senza più zone umide o buie; la facciata non è più una struttura portante; i pilotis in cemento armato e la facciata libera permettono l’inserimento di finestre continue che circondano la casa; la pianta libera, ossia l’eliminazione dei muri portanti, libera gli spazi interni che possono essere organizzati come si vuole; i tetti spioventi vengono sostituiti da tetti piani utilizzabili come terrazze che contribuiscono all’isolamento termico dell’edificio.

Ville Savoye progettata da Le Corbusier presenta un volume sviluppato su 3 livelli: il piano terra è delimitato da pilotis in cemento armato; al primo e secondo piano si trova l’area abitativa da cui si accede al terzo livello, un giardino pensile…La continuità delle soluzioni caratterizza l’accesso ai diversi spazi attraverso una lunga rampa di scale, definita da Le Corbusier ‘promenade architecturale’ o passeggiata architettonica.

Le Corbusier era un fermo sostenitore della bellezza posta doverosamente nella dimensione dello spazio da costruire anche per le classi sociali più povere, senza fronzoli inutili, senza decori pomposi, ma da riempire con utili case dignitose collegate alla rete dei servizi pubblici.

La criminologia insegnata nelle Università dal 1948 ai giorni nostri, rimarca la filosofia dell’architettura di Le Corbusier, e sottolinea che la ‘malavita’ si sviluppa a macchia d’olio proprio dove c’è il degrado, i palazzi sono fatiscenti e non funzionali.

Walter Gropius (1883-1969), architetto tedesco, nel dopoguerra diresse a Weimar la Scuola di arti e mestieri da lui chiamata Bauhaus. Dal 1928 Gropius realizzò numerosi quartieri nelle città tedesche per rispondere alle esigenze economiche, psicologiche e sociali del momento, questo approccio progettuale rivelò il costante intento a coniugare i bisogni dell’individuo con quelli della comunità, prospettando la nuova tendenza sociale dell’architettura.

Con l’avvento del nazismo, Gropius si trasferì negli USA e divenne rettore della Scuola superiore di Architettura e Design dell’università di Harvard.

Suo il progetto del ‘Grattacielo della Metlife’ di New York.

Grattacieli in acciaio, vetro e cemento armato sono i nuovi canoni delle costruzioni dell’architetto Ludwing Mies Van Der Rohe che, a differenza di Le Corbusier, predilige l’aspetto strutturale di un palazzo e non la sua funzionalità. Ma…il nazismo interruppe l’ascesa di questo architetto che riparò negli USA e progettò il grattacielo ‘Seagram Building’ con il motto: “less is more” che significa il meno è più, affermando così che le costruzioni migliori sono quelle che si caratterizzano per essenzialità e semplicità.

Significativa la costruzione di Villa Esters a Krefeld, e il Padiglione Tedesco per l’esposizione internazionale di Barcellona, su suo progetto.

Poi Frank Lloyd Wright (1867-1959), l’architetto statunitense che ebbe un’attenzione particolare per l’ambiente nel rispetto della natura, criticò severamente la crescita disordinata e incontrollabile delle città americane, si oppose all’architettura dei grandi grattacieli e si immaginò città con case circondate da ampi giardini verdi. Interessante la sua Casa Kaufmann, o Casa sulla cascata, in Pennsylvania, dove ha coniato l’ambiente naturale con l’ambiente costruito, in pratica l’edificio segue le forme della natura, questa nuova organizzazione dello spazio viene definita da Wright ‘architettura organica’.

L’architettura italiana tra le due guerre si divide in due: una parte segue l’orientamento generale di ‘ritorno all’ordine’ e un’altra parte sperimenta il razionalismo.

Tuttavia negli anni venti le due visioni convergono su rigore e funzionalità degli edifici. Nelle grandi città italiane l’architettura diventa lo specchio dell’immagine e dei valori del nuovo Stato fascista.

Il regime punta a costruire opere monumentali e celebrative auspicandosi di far risorgere il mito della Roma imperiale. I suoi principali esponenti sono: Giuseppe Terragni, Marcello Piacentini, Giovanni Michelucci.

Lecco, invece, essendo uno snodo per i traffici commerciali tra Valsassina, Brianza, Valtellina, Bergamo, Como, Milano, e non possedendo un nucleo storico, fu attenzionata dal regime solo per la potenzialità che il territorio offriva, 4 torrenti e il lago, ampi campi attorno al borgo adatti per incrementare il commercio e per collocarvi grandi industrie. Lecco centro consisteva in un pugnetto di case sparse disordinatamente, ma attorno c’erano altrettanti gruppetti di case, una specie di corona di borghi, che si autogestivano con tutto ciò che serviva alla gente: chiesa, cimitero, Comune, botteghe…

Solo nel 1923 i villaggi attorno a Lecco divennero quartieri e persero l’autonomia amministrativa. Quindi non vennero mai realizzati monumenti celebrativi del regime, ma solo edifici con caratteristiche razionalistiche o novecentriste. Uno studio recente degli architetti di Lecco attesta che la città nel 1927 era vuota, con edifici sparsi e scollegati. Tanti i ‘tirabagia’ con officina sul Gerenzone soppalcata dalla casa…e tanti vuoti…e tanti campi…Da Malgrate, rivolgendo lo sguardo tra il San Martino e Montalbano, si vede bene ‘l’asse del ferro’ che da Lecco sale verso il Ponte della Gallina con le case che si sovrappongono l’una sull’altra.

Nel 1930 Lecco passò da 24mila abitanti agli oltre 34mila: erano operai, attratti dalla possibilità di lavorare nei nuovi opifici che avevano bisogno di alloggi e servizi. A quel punto a Lecco si instaurò il caos urbanistico, privo di coordinazione e logica.

Purtroppo ancora oggi è difficile riconoscere un ordine urbano lineare in città.

Da considerare che la borghesia dell’800 a Lecco non diede importanza all’arte, al gusto estetico, all’architettura…non aveva tempo né energie da dedicare a ‘queste cose’, la priorità è sempre stata il lavoro nella propria impresa e lo sviluppo industriale sganciato dal luogo e dalla comunità.

Furono numerosi gli interventi urbanistici a Lecco tra le due guerre, ma anche prima. Gli architetti lecchesi, col loro estro creativo che si ispirava all’architettura fremente in Europa e oltre l’oceano, portarono a compimento numerose opere di interesse pubblico: la chiesa della Vittoria nel 1932, la copertura del Caldone nel 1933, la sistemazione dell’imbarcadero nel 1933, l’istituto Badoni nel 1937, l’Istituto Parini è del 1913, il reparto ospedaliero maternità nel 1935, cooperative per la costruzione di case popolari, nel 1903 l’ospedale cittadino…

A Fiumelatte si vedono ancora i mattoni posti da Maria Teresa d’Austria sulla vecchia strada Lecco-Colico.

Le grandi industrie, ad esempio Caleotto che si dotò di forni alimentati col rottame, furono locate sull’asse della ferrovia.

L’architetto Dell’Oro ha citato due architetti lecchesi: l’architetto Mario Cereghini (classe 1903), razionalista, provocatore, goliardico, tuttavia competente e sensibile, che progettò, tra le tante opere: il palazzo del Tribunale di Lecco; la chiesetta dell’Istituto Airoldi e Muzzi con i dipinti del pittore lecchese Morlotti che rappresentano i lecchesi in processione; la chiesetta degli alpini al Pian delle Betulle; una casa in via Cairoli in tipico stile razionalista. Fu il primo presidente dell’Ordine degli Architetti di Como. In un suo opuscolo Cereghini immaginava il centro Lecco costruito sul lago…

E l’architetto Nino Fiocchi (classe 1893), figlio di Giulio delle Munizioni Fiocchi, apolitico, novecentrista, palladiano, misurato nelle parole, con la sapienza del maestro muratore progettò le case operaie Fiocchi in Via Risorgimento, la casa Arrigoni a Pescarenico; e tante altre da cui si evince il rigore per l’ordine e il rispetto per la regola.

Razionalismo e novecentrismo non sono il frutto del fascismo, ma i regimi totalitari: fascismo in Italia, nazismo in Germania, stalinismo in Unione Sovietica se ne avvalsero in parte per conseguire fini sociali impellenti dettati dalle esigenze incombenti del mondo economico e in parte per autocelebrarsi.

L’architetto Terragni (1904-1943) realizzò il progetto per la ‘Casa del Fascio’ a Como: la forma è pura e rigorosa; l’altezza è la metà esatta della larghezza; le 4 facciate sono identiche con pieni e vuoti rettangolari; la struttura è in cemento armato e sulla destra c’è una parte piena in marmo bianco.

L’architettura dell’edificio doveva evidenziare la forza e i principi della Nazione.

MARIA FRANCESCA MAGNI

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