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Chiunque riconosca la centralità dell’industria manifatturiera per la competitività del nostro Paese non può che osservarne con preoccupazione le difficoltà. Trenta mesi consecutivi di flessione della produzione industriale, accompagnati da un calo della produttività, sono un indicatore che dovrebbe far suonare forte l’allarme. Pesa una generale fragilità del modello europeo, caratterizzato da un progressivo allontanamento dalla frontiera tecnologica e da un elevato costo dell’energia. E certamente pesano alcuni fattori congiunturali – dalla crisi tedesca ai dazi Usa – nonché, secondo alcuni, la rigida regolazione ambientale europea.

A questi fattori si aggiunge – e va rimarcata – l’offensiva della Cina sui settori più importanti della manifattura europea, in molti dei quali l’Italia vanta un vantaggio comparato a livello mondiale. Le imprese cinesi, ampiamente sussidiate, coprono a costi minori e contenuto tecnologico uguale o superiore molte categorie di prodotto che caratterizzano il nostro Paese. Che risulta quindi il più impattato, tra quelli occidentali, da questa nuova e più aggressiva concorrenza.

In questo quadro, il governo Meloni non sembra disporre di una strategia. Dopo aver ampiamente de-finanziato l’industria nel recente passato (abolizione dell’ACE, cancellazione della de-contribuzione per le imprese del Sud, drastico ridimensionamento del Fondo automotive) l’esecutivo ha sprecato l’occasione di Transizione 5.0 e ora pare orientato a rispolverare (con pochi soldi) una versione light di Industria 4.0: troppo poco.

Serve una reazione, e serve che sia robusta, oltre che tempestiva. Per questo a Prato, in occasione del convegno sulla manifattura, abbiamo avanzato cinque proposte concrete, tutte volte a rendere più resiliente e competitivo il tessuto manifatturiero italiano.

1 – INVESTIMENTI: introdurre la possibilità di detrarre dall’imponibile tutti gli investimenti qualificati, materiali e immateriali (cfr: allegati A e B di Industria 4.0, debitamente aggiornati). Si tratta di una versione più semplice e per questo più efficace del super-ammortamento, tendenzialmente neutra per la finanza pubblica, simile a quella varata a luglio dal governo americano nell’ambito dell’OBBB. L’obiettivo è quello di aumentare rapidamente gli investimenti dei beni agevolati e di rafforzare la crescita potenziale.

2 – CAPITALE PROPRIO: estendere a tutte le PMI le agevolazioni fiscali di cui godono i soggetti IRES e IRPEF che investono in start-up innovative, con la condizione che queste PMI realizzino investimenti di innovazione, digitalizzazione e transizione verde. Questa misura, oltre ad evitare una discriminazione delle PMI “ordinarie”, rafforzerebbe il patrimonio delle imprese, creando le condizioni per investimenti finalizzati ad incrementare la produttività. Faciliterebbe inoltre la fusione tra imprese, e quindi la crescita dimensionale delle PMI.

3 – INTELLIGENZA ARTIFICIALE: creare uno specifico programma per l’applicazione dell’IA nelle imprese manifatturiere. Questo deve prevedere sia incentivi alla domanda – rendendo detraibili tanto le spese per attività di digital assessment e formazione quanto quelle per l’acquisto di sistemi di IA – sia incentivi all’offerta, sostenendo la nascita di start-up che offrano servizi di data assessment e system integration.

4 – RISORSE UMANE/IMMIGRAZIONE QUALIFICATA: detto che le prime risorse da valorizzare in chiave occupazionale sono le donne e i giovani, non v’è dubbio che un esteso ricorso al contributo migratorio (regolare) sia necessario per integrare un bacino in rapida contrazione. La proposta si focalizza sui profili altamente qualificati, per i quali caldeggia l’introduzione di una corsia rapida per i visti e i permessi di lavoro, con uno sportello unico che assicuri tempi certi. Si propone anche l’istituzione di un nuovo permesso di soggiorno per le alte competenze, pluriennale e rinnovabile, con pieno diritto di lavoro per il coniuge e accesso a sanità e istruzione. Infine, il riconoscimento semplificato o automatico per i titoli conseguiti in università straniere accreditate.

5 – COSTO DELL’ENERGIA: elettrificazione dei consumi e maggiore penetrazione delle rinnovabili sono i principali strumenti per ridurre nel medio termine il costo dell’energia elettrica. Nel breve – a vantaggio delle imprese – proponiamo: la cartolarizzazione degli oneri derivanti dal vecchio Conto Energia (che oggi e fino al 2032 pesano per 5 miliardi/anno sulla bolletta elettrica), così da “spalmarli” su un tempo decisamente più lungo; e la restituzione alle imprese (e non solo a quelle energivore) dei proventi delle aste ETS, come prescritto dalle norme europee.

Parliamo di circa 3 miliardi all’anno che, sommati a quelli derivanti dalla cartolarizzazione, ridurrebbero in modo significativo i costi energetici delle imprese italiane.

GIORGIO GORI EURODEPUTATO PD

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