Il 90% delle piste da sci in Italia è innevamento artificialmente: èla percentuale più altatra i paesi alpini. Cosainevitabile, visto che nevica sempre meno e fa sempre più caldo affinché la neve naturale cada e resti al suolo, ma così i cannoni consentono alle stazioni sciistiche dicontinuare la loro attivitànonostante la crisi climatica.
Bene: posto il problema, trovata la “soluzione”. Tanti la pensano così, già. Invece, la neve artificiale rappresentaun caso emblematico di soluzione solo presunta, rapida e semplice a un problema molto più complesso, che viene unicamente ridotto alla salvaguardia delbusinessdell’industria dello sci e non viene compreso – cioènon si vuolecomprendere – nella sua ben ampia e autentica complessità.
Perché se il turismo sciistico così pensa di salvarsi e perseverare – legittimamente, dal suo punto di vista, ma sovente sbagliando alla grande – nel contempoè la montagna a rischiare grosso. Come spiega bene la climatologaElisa Palazzi(di recente lo ha fatto anche a “Geo”, come potete vedere qui sotto), la poca neve sui monti comporta numerose conseguenze: «l’alterazione nella disponibilità di risorsa idrica, una minor protezione dei suoli montani in inverno, una diminuzione dell’albedo e quindi la minor capacità della neve di rinfrescare il pianeta, l’aumento dei rischi come quelli legati all’occorrenza di valanghe costituite da neve più umida e densa, di difficile previsione.» In altre parole: si pensa di poter proteggere una valigia piena di soldi che rimane comunque a bordo di una nave sempre più a rischio di affondamento eper la cui salvezza si fa ben poco.
Ma in molti casi questa cosa la si pensa erroneamente, ribadisco: Palazzi infatti rimarca pure che «la “linea della neve sicura”, l’altitudine alla quale spessore e durata della neve sono tali da garantire il proseguimento delle attività sciistiche, sta salendo verso l’alto e questodetermina la possibilità per gli impianti di non riuscire a svolgere le loro attività», del tutto o in maniera parziale ma comunque insufficiente a sostenere le spese di gestione dei comprensori. A ciò vanno poi aggiunti i costi crescenti che le stazioni sciistiche devono affrontare in quanto obbligati a produrre neve artificiale sempre più spesso e in maggior quantità, vista l’assenza prolungata di quella naturale. Ovvero: se non sarà il clima a decretare la fine di molti comprensori che ancora spendono molti soldi per sostenere la propria attività, lo faràl’economia e i bilanci delle societàche gestiscono quei comprensori.
Una soluzione troppo semplice a un problema assai complessonon risolve un bel niente, insomma. Anzi, rischia di peggiorarne ulteriormente le conseguenze.
Posso ben pensare che sia difficilecambiare rottaa un modello di business turistico che si è consolidato in decenni, ma è innegabile che quella solidità oraè sempre meno garantita e sta per svanire del tutto: dunque, se posso pensare quanto appena affermato, non posso più capirlo e ritenerlo sensato. Perché nel frattempo il problema della montagna, soprattutto quella turistificata ma non solo quella, diventasempre più complesso: perseverare ostinatamente nella stessa presunta soluzione troppo semplice e semplicistica ovveroinefficace, diventa veramente non più umano ma diabolico. Nei confronti della montagna stessa, innanzi tutto.
LUCA ROTA
www.lucarota.com
