Trump: The Tariff Man è tornato | ISPI
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Esiste ancora l’Alleanza atlantica? Esiste ancora l’Occidente? Sono queste le domande che l’Europa è costretta a farsi di fronte allo sconvolgimento provocato da Trump. Se durante il primo mandato il dubbio aveva iniziato ad insinuarsi, oggi non c’è modo di non capire: per Trump conta solo l’interesse degli Stati Uniti, e spesso anzi il suo solo interesse personale, proteso alla ricerca di successi che appaghino il suo ego e gli consentano di ribaltare i sondaggi che lo danno in costante ribasso di popolarità presso gli elettori del suo Paese. Il sostegno degli Usa all’Europa non solo non è più una certezza, ma sempre più spesso si capovolge nel suo contrario, con Trump che si presenta senza troppi infingimenti come “nemico” degli interessi europei.

Dire che per l’Europa la situazione è delicata è un eufemismo. Trump dà segno di non sentirsi più in alcun modo legato ai valori comuni, all’ordine e al diritto internazionale che ci hanno accompagnati per decenni, ma di riconoscere solo la forza. Per l’Europa è uno shock, per quanto annunciato.

E dunque, come reagire all’ennesima prevaricazione, in questo caso riguardante la Groenlandia? Trump è arrivato a negare che la Danimarca abbia titolo di rivendicare ciò che è suo da secoli, e a minacciare l’uso della forza. La scorsa estate, di fronte all’imposizione dei dazi, l’Unione Europea scelse di trattare, e alla fine di subìre, per evitare un’escalation che avrebbe portato danni maggiori. Molti criticarono la strategia, che in quella fase poteva però avere un suo prudente perché.

Ma non si può sempre subire, anche perché Trump dà l’idea di infierire volentieri su chi percepisce debole e arrendevole. Ecco dunque la scelta degli otto Paesi europei che hanno deciso di schierarsi al fianco della Danimarca e di inviare truppe tra i ghiacci della Groenlandia, anche solo per tracciare un’ideale linea rossa che si spera Trump non voglia oltrepassare. Risposta da Washington: dazi supplementari per loro.

Trump cioè non si ferma, rilancia. E sarebbe quindi molto sbagliato che a questo punto l’Europa chinasse il capo. Anche qui, nessuno cerca l’escalation, anzi, ma si tratta di decidere se esiste una dignità europea, o se ci rassegniamo ad essere vassalli a vita.

La forza sta dalla parte degli Stati Uniti, non ci sono dubbi: l’Europa sconta la propria dipendenza tecnologica, energetica e militare (che sarebbe urgente cercare di superare: vedi i ripetuti appelli di Mario Draghi). Ma non è vero che non abbia carte da giocare, a partire da quello “strumento anti-coercizione” che sembra essere stato disegnato apposta (anche se forse inconsapevolmente) per una situazione come quella che stiamo vivendo, e che stavolta sarebbe il caso di mettere seriamente sul tavolo.

Va da sé – già lo sapete – che il governo italiano di Giorgia Meloni si sta in questa fase distinguendo nel ruolo del “freno a mano tirato”, e non è un bel vedere. La nostra premier ha prima sfilato l’Italia dal gruppo dei Paesi che si sono schierati a difesa dei diritti danesi (ed europei) sulla Danimarca, poi ha provato a giustificare le minacce di Trump sostenendo che c’era stato “un malinteso”, poi ancora ha provato a infilarsi sotto l’ombrello della Nato – quando è chiaro che in caso di scontro (non militare, ci auguriamo) tra Usa ed Ue il primo organismo ad andare in tilt sarebbe proprio l’Alleanza guidata da Marc Rutte.

Pesa tutta l’ambiguità ideologica di Giorgia Meloni e della sua maggioranza, di cui l’Italia rischia di pagare il conto in termini di credibilità e affidabilità di fronte ai partner europei. Ma se il timore di “dispiacere” Trump vale più degli interessi europei – e italiani, di conseguenza – c’è qualcosa di serio che non va.

GIORGIO GORI
Eurodeputato PD Bergamo

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