Che i Russi fosseroComunisti,Atei senza Dio, e quindi anche Mangia Bambini a quell’epoca lo sapevano tutti in Italia. Nessuno pero’ sarebbe arrivato ad immaginare che avrebbero dissacrato quello che per tutti doveva essere unatregua di Natale, un provvisorio e tradizionale armistizio tra le due parti, in cui i nostri soldati, pregustando un momento di sollievo dopo tante fatiche, stavano mandando e ricevendo biglietti di auguri natalizi alle loro famiglie.
Invece fu proprio pochi giorni prima delNatale 1942, il 16 dicembre che l’Armata Rossa lanciò una delle piu’ poderose offensive della II Guerra Mondiale, contro le truppe Italiane e Rumene dislocate sulla linea delDona sud diStalingrado, denominata in codice come “Piccolo Saturno”.
L’offensiva, a cui un mese dopo segui’ il risolutivo “Grande Saturno”, contro casematte e postazioni gia’ ben assestate dai soldati italiani fin dall’estate del 1942, fu devastante e portò alla tragicaritirata degli Alpininel Gennaio dell’anno successivo, a meno quaranta gradi sotto zero ; quasi90.000tra soldati caduti e dispersi,30.000 feritie congelati, piu’ della meta’ dei soldati dell’ARMIR, il corpo di spedizione italiano inviato inRussiada Mussolini a fianco degli “alleati” germanici.
La testimonianza e’ diPrimo della Bosca, classe 1920, nato e residente aVervio,un paese valtellinese tra Tirano e Grosio, nonno di una simpatica signora di Morbegno, Pamela Camarilla, che si è diplomata nel 2015 al Parini Serale di Lecco con una tesina basata in parte sui ricordi di suo nonno ( “professore, ancora piange a rievocare questi ricordi dopo piu’ di 70 anni !”).
Mi si permetta di ricordare un tragico evento nazionale a cui comunque hanno partecipato tantiAlpini valsassinesi,che sono partiti per laCampagna di Russia(molti di loro vengono ricordati ogni anno la prima domenica di Settembre alPian delle Betulle).
“Avevo 22 anni – dice Primo – ero sposato con nonna Lidia che era incinta di due mesi, ma io ero arruolato con la leva obbligatoria e sono partito in treno daCollegnoin provincia di Torino, il 22 luglio 1942” . Erano sei leDivisioni di Fanteriainviate in Russia,Cosseria, Ravenna, Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca,più quelle AlpineTridentina, Julia e Cuneense,per un totale di circa230.000 uomini, oltre 25.000 cavalli e muli, agli ordini del GeneraleItalo Gariboldi. “Il treno era lunghissimo, c’erano molti vagoni merci con all’interno due balle di paglia e quattro muli da una parte e quattro dall’altra, e noi soldati eravamo in mezzo al vagone seduti sulle balle di paglia, tutti insieme uomini e muli”.
“Ad ogni fermata del treno nelle stazioni, veniva distribuito il rancio dai vagoni-cucina e noi dovevamo dare da bere e da mangiare ai muli. Durante il viaggio si doveva stare attenti a qualsiasi cosa, chiunque si avvicinasse al treno poteva essere un partigiano russo o un loro complice, ogni tanto sparavano al treno e c’era la paura che facessero saltare i binari”. “Dopo 12 giorni di viaggio siamo arrivati aNova Gorlowkain Russia. Siamo rimasti fermi 10 o 12 giorni per poi ripartire a piedi verso le montagne delCaucaso.“Quando saremo alle montagne del Caucaso(questa era la nostra canzone)
là dove vive il coccodrillo che si ciba di carne umana che con un sol colpo del suo corpo spezza la vita a centinaia di persone”.
“Erano coccodrilli grandi, ‘ di montagna’: era una canzone che si cantava – scherzava Primo- cosi’ come se ne cantavano tante altre per far passare la paura”. “Abbiamo camminato a piedi per 400 chilometri, per poi cambiare direzione verso l’ansa del Don. Tante giornate di cammino, giorno e notte, giorno e notte per arrivare al fronte. Non si puo’ spiegare la fatica !..” Primo poi racconta che quando erano quasi arrivati, nel mezzo di un combattimento, lui e un suo compaesano, di nomeQuinto, si erano sbagliati di direzione e stavano per cadere in mano ai Russi: “Ci siamo nascosti nei buchi, i muli nascosti e legati alle piante. Finito il trambusto della sparatoria siamo ripartiti ma siamo arrivati dove c’ erano le tende dei militari russi .. Siamo scappati via fino a ritrovare la strada giusta per il nostro accampamento. Non ci hanno ammazzato quella notte perchè siamo stati fortunati: il carro aveva le ruote in ferro e faceva un gran rumore, forse i Russi ci hanno confuso per qualcuno dei loro ”.
“Prima che noi si arrivasse al fronte, alcuni soldati tagliavano le piante di rovere alte venti metri che c’erano nel bosco, altri facevano buchi nell’ansa del Don per costruire rifugi. I nostri bunker erano alti tre metri, i legni tagliati e legati vicini per fare il tetto e poi sopra questo due metri di terra, in questo modo se arrivava una bomba scoppiava nella terra e quelli che c’erano dentro si salvavano. C’era un capitano che dirigeva i lavori di preparazione, era un ingegnere, era uno in gamba.. dentro i bunker c’era di tutto, camminamenti, cucine, depositi, avevano lasciato solo dei buchi per guardare il Don, se arrivavano le truppe russe.
D’inverno pero’ ilDonsi era tutto ghiacciato e a piedi si passava sopra anche con le slitte perchè era ghiaccio spesso.
Due volte sono arrivati, i soldati russi, ma c’era la bocchetta con fuori la mitraglia con cui si sparava. Si facevano venti minuti di vedetta ciascuno fuori dal bunker, eravamo imbacuccati che si vedevano solo gli occhi, gli occhi dovevano essere ben aperti perchè potevano arrivarti da dietro e prenderti alle spalle, ma dopo venti minuti eri quasi congelato.. era inverno, il12 Gennaio 1943, e il 17 gennaio è iniziata la ritirata”. “I primi tre o quattro giorni siamo andati abbastanza bene, bene nel male perchè si scappava tutti, poi quelli come noi che avevano i muli dovevano lasciare tutto e nascondersi. Eravamo in una valletta stretta, a V e i partigiani russi erano sui versanti della valle e man mano che passavano slitte, muli, autoambulanze e tutta la compagnia, eravamo in300.000,non in mille, 300.000 :Rumeni, Ungheresi, Italiani.. tutti che scappavano, ma i Russi cercavano di fermare la ritirata per farci prigionieri, c’era da combattere per difendersi”.
“Avevo rubato un cavallo che mi aveva tirato fuori dal combattimento. Dietro la coda del cavallo c’era un tale, si chiamava Giovanni ed era diTraona, vicino a Morbegno, mi chiese di aiutarlo: ”lasciami attaccare alla coda del cavallo, non ce la faccio piu’” disse. “Attaccati pure, dove ci porta ci porta” risposi. “L’avrò tirato dietro per 10 km, poi ci sono saltati addosso i partigiani. Quando siamo usciti dal combattimento ho fatto salire steso sulla sella un sottotenente che si era preso due pallottole in corpo, era uno del lago (di Como).
Però mentre passavamo sui binari del treno, in mezzo alla valle, un’esplosione (probabilmente una mina) ha fatto saltare in aria il cavallo e lui non l’ho piu’ visto. Sono saltato anch’io sette o otto metri piu’ in la’, ho perso i sensi, poi quando mi sono svegliato e ho capito che ero ancora vivo ho cercato di aprire gli occhi, ma non riuscivo.. nello scoppio della bomba la fiammatami aveva accecato. Cosi’ ho preso un po’ di neve, anche se era tutta rossa del sangue del cavallo, dei muli e della gente, e ho cominciato a sfregarla un po’ sugli occhi fino a che sono tornato a rivederci, poi ho ripreso il mio fucile per appoggiarmi perchè la gamba sinistra non si piegava piu’.. era rimasta bloccata nel prendere una scheggia di granata nella rotula. Sono andato avanti per circa un chilometro cosi’, in qualche maniera, poi mi sono trovato davanti ilDomenico Barona(un compaesano) non sarei riuscito a venirne fuori vivo senza di lui.
“Sei rimasto ferito? Beh questa notte andiamo ancora” e difatti mi ha portato via di li’, un po’ appoggiato sul suo braccio , un po’ al fucile, e la gamba la trascinavo perche’ non si piegava piu’, finche’ non siamo arrivati a un villaggio dove c’erano alcune case”. Qui si interrompe il drammatico racconto di Primo, che riecheggia un po’ le gia’ note descrizioni diMario Rigoni Stern.Alcune cose pero’ le ha aggiunte a voce, alla nipote. La prima, la piu’ interessante, e’ che quando gli Alpini sono riusciti a superare la barriera posta dai Russi , nella Battaglia diNikolajewka( giustamente ricordata a Colico il 26 Gennaio di ogni anno) e finalmente aprirsi la strada verso casa, quando sono arrivati al confine italiano, versoFebbraio 1943, il Duce dette ordine di inviare loro deitreni oscurati(o forse addirittura piombati) per non fare vedere alla popolazione in quale stato piuttosto pietoso ritornavano, treni diretti senza fermate agli Ospedali militari di Roma (circostanza poco nota ma confermata dallo storicoRenzo De Felice).
Al contrario dell’andata (feste, sbandieramenti, Bande che suonavano inni militari a ogni stazione di fermata) il ritorno in treno fu quindi molto piu’ sommesso e persino nascosto. Mussolini sapeva bene che il corpo degli Alpini era quello piu’ amato dagli italiani, e vedere come erano tornati dalla Russia avrebbe dato l’ennesimo duro colpo alla sua gia’ calante popolarita’. AgliAlpinivenne persino datoordine di taceresu quello che avevano visto e su quello che era successo in Russia: ma cio’ non fu sufficiente a placare l’ira profonda che anche molti comandanti e sottufficiali avevano in se’, per come era stata malamente gestita laCampagna di Russia.Il malumore esplose pochi mesi dopo, quando la vastità della tragedia divenne pubblica e fu anche questa una delle cause principali della crisi e della caduta del Fascismo il25 Luglio del 1943.I Russi militarmente non vinsero la battaglia diNikolaiewka(gli Alpini riuscirono a sfuggire con molto coraggio e abilita’ alla trappola loro preparata) ma politicamente fu molto meglio cosi’, anche per gli stessi Russi. Tra i tanti meriti, gli Alpini hanno anche questo: non a caso furono alcuni di loro, comeMario Ceratidi Introbio o il TenenteBattista Todeschinidi Premana, a dar vita ai primi nuclei della Resistenza alla fine del 1943.
ENRICO BARONCELLI
bibliografia consigliata: Renzo de Felice, Mussolini l’Alleato , l’Italia in Guerra 1940-43 Einaudi 1996 Scotoni, Filonenko, La disfatta italiana in Russia nei documenti inediti dell’ 8^ Armata Ed.
