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“Che cos’è il patrimonio culturale”? E’ cominciata con questa domanda la relazione di Giulia Tenderini, che all’Unitre ha presentato la sua ricerca (tesi di laurea) sulla cultura palestinese e le sue distruzioni subite dalla guerra.
« Il patrimonio culturale è il complesso dei beni prodotti dall’attività dell’uomo in quanto membro di una cultura, ericonosciuti di valore in ambito artistico, storico, archeologico, architettonico, demoetnoantropologico, archivistico e bibliografico. ” risponde la Enciclopedia Treccani.
Un processo che unisce il passato al presente, costruisce e legittima la storia, l’identità e il senso di appartenenza delle persone alla nazione.
Per questo attaccare il patrimonio culturale di una società vuol dire colpirla nell’anima.
Nella II Guerra Mondiale molti beni culturali sono andati rubati o distrutti (basti pensare alla Abbazia di Montecassino, e ai quadri trafugati dai Nazisti): ma la “Convenzione dell’Aja” (UNESCO, 1954) dovrebbe proteggerli ancora oggi da attacchi militari (anche se non sempre è rispettata).
In Palestina lo Stato israeliano garantisce la ricerca e l’approfondimento dei beni culturali più antichi, appartenenti all’Età del Bronzo o all’epoca della Bibbia e del Regno di Salomone. Non altrettanto garantiti invece, per motivi politici, le testimonianze del passato che non sono legate all’antica Israele, cioè soprattutto reperti Romani, Bizantini o dei Califfati islamici, che a volte vengono tranquillamente distrutti o dispersi.

La ampia bibliografia citata dalla Tenderini rileva quindi la mancata considerazione e conservazione o distruzione delle testimonianze risalenti alle epoche successive (soprattutto quelle di dominazione arabo-musulmana e ottomana) e dell’architettura tradizionale palestinese di fine ‘800 – ‘900.
La difesa del proprio patrimnio culturale diventa quindi per la comunità palestinese la ripresentazione della propria identità e della propria specificità, che i coloni israeliani, soprattutto nella Cisgiordania, tendono a voler cancellare.
Molti sono gli esempi riferiti a tale proposito, dal Museo di Gerusalemme a quello di Gerico, alla distruzione della Città Vecchia di Nablus (antica città fondata dai Romani) , oppure dalla costruzione di un muro di separazione che divide in due anche le zone archeologicamente interessanti.

Per non parlare di Gaza, dove intere chiese e moschee sono state rase al suolo insieme alle altre abitazioni, sia che fossero arabe, cristiane ortodosse o cattoliche, senza distinzione.
Distrutto anche il palazzo di Al Basha, il Porto romano di Anthedon, la necropoli romana di Ard-alMoharbeen: molti siti archeologici, curati da Organizzazioni specifiche ONG, che sono stati tranquillamente bombardati e distrutti.
Bruciata la Biblioteca pubblica di Gaza, si cerca perciò di colpire al cuore la cultura e le tracce del passato che non siano quelle riferibili alla Bibbia, all’Antico Testamento o all’antichità più remota.
Ritrovare e salvaguardare perciò questa cultura, compresi canti balli e tradizioni popolari, che appartiene in pieno anche alla storia dell’Occidente (dai reperti romani, bizantini, ai castelli costruiti durante le Crociate medievali) è quindi allora per il popolo palestinese una forma di resilienza alla occupazione israeliana.

ENRICO BARONCELLI

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