Avrete forse letto dellapista di plastica per “sciare” tutto l’annoinaugurata di recente alPasso della Presolana, nelle Prealpi Bergamasche. Ne avevo già scritto in passato,qui.
Ora, a parte che “sciare” (virgoletteindispensabili) tutto l’anno su una pista di plastica lunga qualche centinaia di metri stesa tra i prati è una cosa che chi frequenta e conosce le montagne commenterà da sé (peraltro ci avevano già pensatopiù di mezzo secolo fa, non c’è nulla di veramente innovativo), ciò cheveramente sconcerta, e sinceramente fa un po’ ridere (con tutto il rispetto del caso), non è nemmeno l’infrastruttura in sé ma sonole dichiarazioni di contornodi chi ne esalta le “virtù” (la fonte èqui):
«Il progetto della Presolana Ski Arena 365 si distingue per una combinazione di elementi chiave: la tecnologia all’avanguardia garantita dall’utilizzo delle più recenti superfici Neveplast e la sostenibilità ambientale (materiali certificati, attenzione al paesaggio, economia circolare).»
«Sciare su una pista sintetica significa poter praticare il nostro sport in ogni stagione, indipendentemente dalla neve, dal meteo e dal periodo dell’anno.»
«Questa pista saprà regalare sport, passione ed emozioni, creando nuove opportunità di crescita non solo per gli atleti ma per tutto il territorio bergamasco, che ancora una volta dimostra di saper innovare guardando al futuro senza dimenticare le proprie radici.»
«Così cambiamo il modo di vivere gli sport invernali.»
Ma veramente costoro credono alle cose che dicono?
«Sostenibilità», «attenzione al paesaggio», «economia circolare», «cambiamo il modo di vivere gli sport invernali»… con una pista da sci di plastica? Sul serio?
Sinceramente, mi sembrano più dichiarazioni instiletelevenditache affermazioni consone alla realtà del luogo e della montagna in generale, nemmeno funzionali a “vendere” la nuova attrazione ma piùa imporre un’idea di montagna sempre meno genuina e più artificiale, più piegata alla turistificazione insensata, alla mera propaganda, allamontagna luna parkper chi desidera sciare anche in piena estate a 1200 metri di quota. E ci starebbe anche se così fosse, cioè se in questo modo più sincero si avesse l’onestà di presentare l’iniziativa senza piazzarci sopra a forzatermini e concetti che non solo non c’entrano nulla– “sostenibilità”, “paesaggio”, “economia circolare”… – ma il cui uso dimostral’assenza di conoscenza e consapevolezza del loro reale significato, ancor più se riferito al contesto montano.
Invece, con quelprofluviodi parole prive di senso, di sostanza e soprattutto di cultura della montagna, tutto quanto appare parecchio ridicolo, appunto.Nonché inquietante, inevitabilmente.
LUCA ROTA
