Dopo le denunce arrivano le sanzioni amministrative contro 31 persone che contestarono pacificamente un raduno neofascista (nella foto).
LaRete Antifascista Lecchesedenuncia: «Un tentativo di intimidire e soffocare il movimento antifascista».
A Lecco l’antifascismo rischia di avere un prezzo salatissimo. Non in termini politici o simbolici, ma economici. Negli ultimi giorni, infatti, trentuno persone hanno ricevuto sanzioni amministrative per un importo complessivo che ammonta a centinaia di migliaia di euro per aver partecipato, il 27 aprile scorso, alla contestazione del tradizionale raduno neofascista organizzato nei pressi dello stadio Rigamonti.
Le multe rappresentano una delle prime applicazioni su larga scala del nuovodecreto sicurezza(D.L. 24 febbraio 2026, n. 23), il provvedimento fortemente voluto dal governo Meloni che ha inasprito il Testo unico di pubblica sicurezza (TULPS), introducendo nuove sanzioni amministrative e ampliando gli strumenti repressivi nei confronti dellemanifestazionie delle forme di dissenso.
Secondo quanto denunciato dalla Rete Antifascista Lecchese, che ha diffuso un duro comunicato sulla vicenda, l’operazione della Questura avrebbe un «chiaro intento intimidatorio, volto a colpire e soffocare il movimento antifascista lecchese».
La contestazione del 27 aprile
Come ogni anno, una manciata di nostalgici del fascismo, tra cui purtroppo qualche Sindaco locale, si è ritrovata a Lecco per commemorare i militi dellaRepubblica sociale italianache, nell’aprile del 1945, durante la battaglia di via Como, aprirono il fuoco contro i partigiani dopo aver esposto labandiera bianca.
Una celebrazione che da anni suscita polemiche e contestazioni e che, quest’anno, era stata addirittura anticipata dalle istituzioni per evitare mobilitazioni antifasciste. Nonostante questo, quasi un centinaio di persone riuscì a raggiungere la zona dello stadio Rigamonti, contestando pacificamente il raduno con slogan e cori, a pochi metri dal presidio neofascista, protetto da un imponente schieramento di forze dell’ordine.
La vicenda rappresenta un ulteriore salto di qualità nella criminalizzazione del dissenso.
L’obiettivo appare evidente: trasformare il costo della partecipazione politica in un deterrente insostenibile.
Le disposizioni introdotte dal decreto sicurezza consentono infatti l’applicazione di pesanti sanzioni amministrative che, in caso di recidiva entro tre anni, possono essere ulteriormente aggravate. Un meccanismo che rischia di produrre un effetto intimidatorio enorme, soprattutto nei confronti dei movimenti sociali e delle realtà di base.
Non è un caso che la Rete Antifascista Lecchese parli apertamente di un tentativo di «criminalizzare e impedire l’antifascismo», denunciando la contraddizione tra queste misure repressive e la natura antifascista della Costituzione italiana.
Una contraddizione resa ancora più evidente dal fatto che il Consiglio comunale di Lecco, il 30 marzo scorso, aveva approvato un ordine del giorno con cui si impegnava a non concedere spazi pubblici a chi promuove o riabilita figure legate al regime fascista.
L’antifascismo come problema di ordine pubblico
Ciò che emerge da questa vicenda è un rovesciamento sempre più evidente: mentre i raduninostalgici del fascismo continuano a svolgersi sotto la protezione delle forze dell’ordine, a essere colpiti sono coloro che li contestano.
Il rischio è che l’antifascismo, principio fondativo della Repubblica, venga progressivamente trattato come una questione di ordine pubblico e non come l’esercizio di un diritto costituzionalmente garantito.
La scelta di colpire decine di persone con sanzioni dal valore complessivo di centinaia di migliaia di euro appare quindi come un messaggio che va ben oltre i fatti di Lecco: partecipare a una protesta può costare carissimo.
«Ogni intimidazione, ogni sanzione, ogni denuncia rende l’antifascismo a Lecco più forte, più unito e più determinato», scrive la Rete Antifascista Lecchese nel suo comunicato.
Parole che suonano come come un monito. Perché quando il prezzo dell’antifascismo diventa una valanga di multe, il problema non riguarda soltanto trentuno persone. Riguarda la qualità della democrazia e lo spazio che essa è ancora disposta a concedere al dissenso.
Condanna anche dal Partito Democratico
Il Partito Democratico della Città di Lecco esprimepiena solidarietà alle cittadine e ai cittadini raggiunti da sanzioni a seguito della manifestazione antifascista del 27 aprilescorso nei pressi dello stadio Rigamonti-Ceppi.
In quell’occasione decine di persone hanno espresso in modo pacifico il proprio dissenso nei confronti di una commemorazione promossa da gruppi dell’estrema destra nostalgici del fascismo. Lo hanno fatto con slogan, fischietti e altre forme di protesta non violenta, nel solco dei valori della Costituzione nata dalla Resistenza.
Riteniamo profondamente sbagliato che chi manifesta pacificamente in difesa dei principi antifascisti venga colpito con sanzioni amministrative di tale entità. L’antifascismo non è un problema di ordine pubblico: è il fondamento della nostra democrazia repubblicana.
Questa vicenda dimostra anche gli effetti diun’impostazione sbagliata, introdotta dal decreto Sicurezza voluto dal Governo Melonie contrastato dal Partito Democratico.Un provvedimento che rischia di trasformare l’esercizio del diritto di manifestare pacificamente in un problema di ordine pubblico, anziché garantire una delle libertà fondamentali previste dalla Costituzione.
Lecco è Città medaglia d’argento al valor militare per la lotta di Liberazione e custodisce una memoria che non può essere equiparata a nostalgie autoritarie o a tentativi di riabilitazione del fascismo. Difendere quella memoria significa difendere la Costituzione e i valori di libertà, pluralismo e giustizia su cui si fonda la Repubblica.
Per questo il PD Città di Lecco chiede che venga fatta piena chiarezza sui provvedimenti adottati e auspica una loro revisione,affinché non si trasformi in un precedente pericoloso il diritto dei cittadini a manifestare pacificamente il proprio pensiero.
PD Città di Lecco

Leggo della denuncia e multe a chi ha contestato l’ignobile ricordo degli assassini giustiziati al Rigamonti, si, leggo e il cuore mi agita, 1975, avevo 22 anni, i fascisti mi hanno sparato nella schiena, trapassandomi da parte a parte attraverso l’intestino, ho tutt’ora la cucitura medica su schiena e pancia, cosi come a Fabrizio e Guido, per non parlare di chi era in auto, una Fiat 500 e fortunatamente non è stato colpito, ma che dire, si prendono provvedimenti verso una legittima contestazione ma si insabbiano atti fascisti si a quel tempo la questura ha insabbiato tutto questo mi è stato riferito da un dirigente, guarda caso allora, padre di un mio nuotatore. Forse qualche “ fratello d’Italia” può dirmi qualcosa? Forse ha il coraggio di guardarmi negli occhi e raccontarmi? Non mi interessa la galera per nessuno, sono un libertario, ma la verità si! Perdonatemi, ma certe cose mi sconvolgono, come ciò che accade a chi giustamente contesta iniziative ignobili.
Lionello Lello Colombo