Un poeta israeliano e una giurista italiana chiedono al mondo di non dormire davanti al massacro della Palestina

“Questo Stato messo su da cooperative di lavoratori e pionieri. Questo Stato nato accanto a una fetta di pane e marmellata. Ora viene venduto come salsiccia a uomini d’affari e accaparratori di capitale. Domani dopodomani questo capitale se ne andrà, tra tre giorni Sarà come se non ci fosse mai stato. Nel frattempo i privatizzatori accumulano titoli…Quanto ai privatizzati, alcuni saranno poliziotti o mercenari al servizio di imprenditori assicurativi, altri saranno cacciati di fabbrica, licenziati, faranno scioperi. E la sera rivedranno se stessi in tivvù: chi dalla parte dei picchiatori, chi da quella dei picchiati” Questo Stato, Aharon Shabtai

“Io non odio il popolo/in gran parte sono solo cetrioli/che van bene per l’insalata/o come sottaceti/si vendono sempre a buon mercato. Gli intellettuali si gonfiano/fino a diventare zucchine, zucche, meloni, hanno poco zucchero e tanta acqua.

I soldati che ho visto/al posto di blocco di Sufa/sono stati portati in jeep a Rafi’ah/come bottiglie di birra/o scatolette di carne. Che una volta svuotate/saranno buttate assieme con noi/sullo stesso mucchio. E dovrei forse arrabbiarmi/ per una bottiglia scaduta/o per una scatoletta vuota?”

Io non odio il mio popolo, Aharon Shabtai.

Aharon Shabtai ha 87 anni, è riconosciuto dalla letteratura come ‘la coscienza critica di Israele’ e considerato un fine intellettuale a fianco dell’umanità sofferente. Egli sostiene che la poesia non può voltare le spalle alla storia, e ci ricorda che la ‘poesia è l’ultima linea di difesa della verità’. Nelle sue liriche denuncia i soprusi e le manie di grandezza ingiustificate dello Stato di Israele nei confronti dello Stato di Palestina violato continuamente dal 1948 ad oggi, asfaltando strade israeliane oltre i confini, sostituendo le autorità locali con personale militare, imponendo leggi militari, demolendo case e costruendo colonie…Israele nel corso degli anni ha ignorato totalmente il diritto internazionale grazie alla protezione silenziosa e compiacente degli Stati ‘democratici’ occidentali…

La palese contraddizione cosa cela?

Shabtai è fortemente critico verso la colonizzazionee l’occupazione del suo Paese a Gaza, in Libano, in Cisgiordania.

La formazione del poeta israeliano è di tipo classico, ha tradotto in ebraico la letteratura greca antica di Eschilo, Sofocle, Euripide.

La sua ricerca espressiva si riassume “nella collisione tra l’idillio domestico e l’orrore politico”. Nella raccolta ‘Libro di amore’ Shabtai descrive con delicatezza la vita quotidiana, ma le tragiche decisioni del Governo Netanyauh di sopprimere di fatto il popolo palestinese per ampliare la sovranità territoriale di Israele, lo hanno colpito al punto tale che le sue poesie sono diventate proiettili d’accusa contro la guerra medio orientale in atto sostenuta da Israele. Shabtai è un fervido sostenitore dei diritti umani e dell’inviolabilità della dignità di ogni essere umano.

La sua voce è un monito contro l’indifferenza, che è la morte delle coscienze.

Quando il mondo dorme -storie, parole e ferite della Palestina-’ è il libro pubblicato da Rizzoli di Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nel territorio palestinese occupato.

Francesca Albaneseè amata e odiata in tutto il mondo per i suoi rapporti sulla crudeltà del genocidio palestinese ad opera del Governo di Netanyauh. Addirittura Donald Trump ne ha chiesto il licenziamento…ma Francesca Albanese continua a documentare la realtà con impegno, onestà e perseveranza.

Il libro presenta 10 storie: 10 persone che viaggiano sulle macerie della Palestina distrutta dalle bombe israeliane e si ingarbugliano sulle linee gialle e blu tracciate dai soldati…

Hind,la guida, accompagna l’autrice tra i sassi sacri impolverati dalla terra di Gerusalemme che sembra un sudario di farina bianca; l’amico Hassan che individua bellezze e insensatezze tra i ruderi; George, uno studioso dell’olocausto che apre il cuore di un ebreo e ne svela i contrasti che vi albergano: forse odio, forse pace, forse la fine della violenza, forse giustizia; Alon, un chirurgo che ha lavorato nel vivo dell’orrore della guerra e ora racconta ciò che ha vissuto salvando vite umane tra i morti; Malak, una giovane pittrice che ha abbandonato Gaza per sopravvivere; Eyal Weizman,architetto forense israeliano, l’autore del libro ‘Hollow Land’ che tradotto in italiano significa spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo.

In pratica Israele, secondo Eyal Weizman, ha usato l’architettura e la geografia come strumenti di potere per consolidare il proprio controllo sul territorio palestinese occupato. Lo spazio urbano, in particolare le colonie israeliane in Cisgiordania sono state progettate strategicamente, affinché la colonizzazione creasse una frammentazione territoriale capace di ostacolare la continuità del territorio, la gestione delle infrastrutture e la mobilità. Il tutto sotto lo sguardo…vigile e neutrale…della comunità internazionale. In sostanza Israele sta pianificando il cosiddetto ‘caos strutturato’ con l’assenza

dell’intervento statale (fintamente all’apparenza, andando a dire: sono i coloni) favorisce un processo deregolamentato di espropriazione violenta.

Per introdurre la testimonianza di Ingrid Jaradt Gassner, esperta di Palestina, di apartheid e segregazione razziale, Francesca Albanese riporta la poesia ‘Uomini e no’ di Elio Vittorini per rimarcare la tragedia umana che c’è dietro la parola ‘razza’.

“L’uomo nudo si tolse le braccia dal capo,

era caduto e guardava. Guardò chi lo colpiva,

sangue gli correva sulla faccia, e la cagna Gudrun

sentì il sangue.

‘Fange ihn! Beisse ihn!’ disse il capitano.

Gudrun addentò l’uomo, strappando dalla spalla.

‘An die Gurgel’ disse il capitano”

Il medico chirurgo Ghassan Abu Sitta,che ha lavorato nella disperazione degli ospedali di Gaza ha reso il suo pensiero a Francesca Albanese: “questa guerra ha dimostrato che il legame tra l’imperialismo occidentale e Israele è un continuum senza interruzione. Israele è parte integrante del progetto imperialista occidentale in quell’area: una colonia legata all’Occidente, come tutte le colonie dei secoli scorsi”. Sitta è stato inserito nella lista nera degli indesiderati in diversi Paesi dell’Occidente, anche in Europa. Stoccolma però ha offerto a Sitta una cattedra all’Università, aspramente contestata fuori confine…

Infine il colloquio con Gabor Matè,medico psicoterapeuta, che sostiene “quando interi gruppi interiorizzano una visione della vita influenzata dal loro trauma, dalla loro paura, questo nutre un continuo senso di minaccia e sfiducia e incide sulla loro visione collettiva del mondo esterno. Non risulta difficile immaginare quanto contino dinamiche di questo genere per le popolazioni che hanno vissuto oppressione, guerre, persecuzione, esilio e sterminio.

Ed ecco il punto di contatto eterno tra ebrei e palestinesi”.

Questo è il punto: il dolore inumano subito dal popolo ebraico è riemerso dai forni crematoi trasformandosi in odio per i palestinesi, un dolore che rinnega la storia e sigilla gli occhi del mondo che dorme. Tutto questo in nome di Dio, della gloria, del potere e…del diritto di difesa…

Il poeta palestinese Refaat Alareer, citato da Francesca Albanese nel suo libro, ha creduto nei laboratori di scrittura per dar modo ai ragazzi di Gaza di raccontare la loro vita e i loro sogni e per affermarsi come esseri umani. Il poeta è stato ucciso nel 2023 in un bombardamento israeliano. Le sue ultime parole: “siamo consapevoli che la situazione è nerissima, senza speranza, senza via d’uscita. Se non c’è acqua, se non possiamo uscire da Gaza, cosa dovremmo fare? Buttarci tutti a mare e annegare? Commettere un suicidio di massa? E’ questo che vuole Israele? Bè, non lo faremo…”.

“Se dovessi morire

tu devi vivere

per raccontare

la mia storia

per vendere le mie cose

per comprare un po’ di carta

e qualche filo,

per farne un aquilone

(fallo bianco, con una lunga coda)…” If I Must Die, Refaat

MARIA FRANCESCA MAGNI

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