Il Sindaco di Casargo Antonio Pasquini ha avuto un’ottima intuizione nel dare spazio a una mostra nel mese di agosto 2026 sulla satira lecchese dall’800 all’oggi, organizzata da Paolo Cagnotto, credo con l’intento di spiegare che la ‘seriosità manifesta’ dei politici nasconde debolezze, e vezzose passioni, e ignoranze inaudite…da sempre.
La politica fa le fusa e poi graffia chiunque ritenga un guitto per dire: attenzione allo stop, sì alla festa politica condivisa, ma è solo per noi la torta della cuccagna; no al peso dei problemi sociali, l’onere deve gravare sui poveri diavoli, attori da strapazzo di una vita sordida e misera, unici colpevoli dei ‘fastidi’ che essi stessi creano.
La satira è un linguaggio artistico e letterario che usa l’ironia, la risata, il sarcasmo per evidenziare le contraddizioni tra l’uso del potere e le vittime che miete.
L’obiettivo della satira è quello di promuovere una riflessione e dare un ruzzolone all’ingiustizia politica. Lo scherno non è una cattiveria, ma la denuncia di una verità che brucia chi la nasconde.
Satura lanx,dal latino, significa piatto pieno di frutti diversi offerto agli dei, col tempo l’accezione è diventata una zuppiera ricca di brodetti bollenti che scottato diverse lingue grosse e grasse.
La satira sin dall’antica Grecia ha sempre avuto un connotato politico, per questo è sempre stata oggetto di violenti attacchi da parte dei potenti che preferiscono quasi quasi lo ‘sfottò’, cioè la presa in giro in sé senza sfumatura politica…
Tra i nomi illustri degli intellettuali lecchesi immortalati nella mostra di Casargo, uno, il più vecchio, mi comunica simpatia, è Antonio Ghislanzoni.
Antonio Ghislanzoni nasce a Lecco il 25 novembre 1824 e muore a Caprino Bergamasco il 16 luglio 1893.
Conosciuto soprattutto per i libretti delle opere diGiuseppe Verdi, in particolare dell’Aida (in realtà furono 60 i libretti d’opera che scrisse anche per: Ponchielli, Cagnoni, Gomes, Petrella…), Ghislanzoni fu poeta e scrittore irriverente e sarcastico, di penna arguta e di verso facilmente leggibile.
“Dicendo mal di tutti, il vero espressi
Lassù nel mondo;
se parlar potessi,
Pietoso passeggier, ora direi
Ogno bene di te, ma…mentirei” Antonio Ghislanzoni, Il mio epitaffio
Frequentò il seminario, ma la ferrea disciplina non gli si confaceva…terminato il liceo si iscrisse a medicina che però non portò a termine perché la sua natura estroversa e ansimante di avventura lo condusse verso il teatro e il bel canto, divenne scritturato persino come baritono. Ben presto si rese conto però che la letteratura gli permetteva di esprimere al meglio le sue capacità di narratore.
Sul giornale ‘Cosmorama Pittorico’ di Milano pubblicò il suo primo romanzo ‘Gli artisti da teatro’.
Fu mazziniano e per questo dovette fuggire in Svizzera, ma fu arrestato dai francesi e deportato in Corsica. Si legò al gruppo degli ‘Scapigliati’ dopo la Seconda guerra di indipendenza del 1859.
Contribuì a fondare il giornale umoristico ‘L’uomo di pietra’, fu redattore della Gazzetta musicale di Milano e diresse ‘l’Italia musicale’, a Lecco pubblicò il ‘Giornale-capriccio’. Pubblicò il volume ‘Reminiscenze artistiche’ per ricordare il pianista Adolfo Fumagalli e racconti di fantascienza umoristica come ‘Abrakadabra-storia dell’Avvenire’.
Grande successo fu la sua raccolta di poesie ‘Il libro proibito’ del 1878 che arrivò alla settima edizione nel 1890.
Dalla località Barco di Maggianico di Lecco si trasferì a Caprino Bergamasco. Ricevette sepoltura all’età di 69 anni nel Cimitero Monumentale di Lecco, all’ombra del campanilone.
‘Il diplomatico di Gongorzola’ è un racconto satirico-politico di Antonio Ghislanzoni pubblicato nel 1871 dall’editore C. Brigola.
Il contesto storico della trama del libro è l’autunno del 1859 invaso da speranze e agitazioni, successivo al Risorgimento e alla Seconda guerra di indipendenza, qui Ghislanzoni prende di mira le ipocrisie, il carrierismo, i falsi ideali patriottici, e l’insipienza della nuova classe dirigente dell’Italia dell’epoca…
“E’ il 15 settembre del 1859…Eccomi di bel nuovo a Milano! quale cangiamento! qual vita novella! quale agitazione! Tutti i volti son lieti…nelle strade si ciarla a voce alta, si grida, si canta, è una vera baldoria…I tedeschi hanno fatto un bel passo innanzi verso il loro paese nativo. Un altro passo ancora, e buona notte per sempre!”.
Eugenio è un soldato che torna dalla guerra impettito nel mostrar la sua bella divisa nelle piazze e nei caffè riboccanti di gente, ma non trova più la sua innamorata perché il padre di lei è diventato un politicante altisonante, così, rimuginando sconsolato vendetta incontra Antonio Ghislanzoni in Corso di Porta Renza:
“Oh! veh l’amico Eugenio…ma bene! ma bravo!…l’uniforme ti sta a meraviglia!…
Fui ferito a Solferino – mi dice egli con un misto di orgoglio e di tristezza; solo da quattro giorni ho lasciato lo spedale…
Tanto meglio!…una ferita a Solferino, ecco il diploma onorevole che tu potrai mostrare con orgoglio tutta la vita!
Eugenio china il volto mestamente, e mormora a voce bassa: – era meglio morire! –
Che razza di idee son queste? …io tento colla celia di diradare la tristezza dell’amico…mi conviene cangiar tono – Eugenio, gli dico, tu hai nell’anima qualche grave cordoglio…
Sono innamorato…nell’ottobre passato io mi recai a villeggiare in un paesello a poche miglia da Gongorzola…e ho veduto un angelo di bellezza…mi sarei ammogliato…se, durante la guerra, alcuni geni perversi, profittando della mia lontananza, non avessero distrutto il bell’avvenire di felicità…
Il padre della mia fanciulla è un tal Egidio Lanfranconi, ricco proprietario di cascine e commerciante di formaggi…io attendeva con impazienza il dì delle nozze, quando, sul principio del carnovale, corsero i primi rumori di guerra. Le parole dette da Napoleone all’ambasciatore austriaco la prima sera dell’anno, eccitarono improvviso fermento nella gioventù milanese…puoi immaginarti qual fosse il mio animo allora! Pensare alle nozze nel momento in cui tutta la gioventù italiana era commossa dall’entusiasmo di patria, parevami ridicolo…temetti che i miei conoscenti, i miei amici potessero burlarsi di me, del mio amore…mi recai di fatto presso il signor Lanfranconi, gli palesai i miei dubbi, ed egli approvò la mia condotta”.
Ifigenia,la brava fidanzata, spronò Eugenio a correre tra le file dell’esercito piemontese, inorgoglita dalla prospettiva di passeggiare in futuro al braccio del marito vestito con la divisa del soldato italiano.
“…io fui ammesso al corpo dei cavalleggeri…Ai fatti di Montebello e di Palestro successe la battaglia di Magenta…noi marciavamo trionfanti di villaggio in villaggio, salutati, acclamati dalle popolazioni redente…io pregustava la gioia di riabbracciare Ifigenia, di mostrarmi a lei colla onorata divisa…
Oh la donna! – grido io nell’eccesso della commozione – essere volubile e capriccioso!
…no! Essa non è colpevole…è vittima di un padre imbecille che si lasciò abbindolare dalle cabale di due furfanti…io corsi tosto a Gongorzola…precipito nell’anticamera…ecco apparire due figure da servitore: un uomo ed una donna…E’ in casa il signor Lanfranconi? domando io. Allora la donna: ‘il signor presidente è occupato a redigere il discorso per l’inaugurazione della società democratica-italo-latina, e non credo vorrà incomodarsi per parlare ad un soldato’.
Presidente! Rifletto io…un fabbricante di stracchini non può essere il fondatore di un circolo politico!…mentre mi abbandono a siffatte considerazioni, la porta della sala si apre, ed ecco apparire un uomo abbigliato di nero…sotto il braccio egli stringe un fascio di carte; tiene in pugno quattro e cinque giornali…lo esamino attentamente. E’ ben desso! Il fabbricatore di stracchini! In vedermi, il signor Lanfranconi sembrò alquanto imbarazzato, ma ricomponendosi tosto ad una serietà dottorale che lo rendeva grottesco, ‘signor Eugenio’ mi disse ‘godo vedervi in buono stato di salute. Pare che il mestiere di soldato vi convenga! bravo giovinotto! in che posso servirvi?’
In che potete servirmi? – risposi tosto dando libero sfogo all’indignazione – che razza di linguaggio è codesto? io sono venuto per rivedere Ifigenia, per rammentare a lei e a voi una sacra promessa, per raccogliere la sola mercede a cui credevo aver diritto, dopo i tanti dolori sofferti, dopo tanti sacrifici.
Mercede! – risponde il signor Lanfranconi – non ista bene parlar di mercede a chi ha combattuto per la causa comune. Voi prendeste le armi per redimere la patria; la patria è redenta, ecco la vostra mercede…i tempi son cangiati…gli avvenimenti corrono e si succedono con tale rapidità che oggi non è più possibile prevedere il dimani. Figliuolo, io vi consiglio di rinunziare a Ifigenia. Mia figlia non può appartenervi. Ella è promessa a un altro”.
Ifigenia, in singhiozzi conferma la volontà paterna, ed Eugenio rimane solo come un cane nell’anticamera della grande casa del produttore di stracchini.
Antonio Ghislanzoni, dopo aver udito il pianto strozzato dell’amico Eugenio medita battaglia, a cominciare dai consiglieri-servitori del signor Lanfranconi denominati pianta-carote da Anastasia, la vecchia cameriera.
“ Oh! – afferma Ghislanzoni – Io li conosco per bene codesti messeri! La rivoluzione del 1848 ne produsse a migliaia; non è a far le meraviglie che la guerra del 1859 ne generi altrettanti. Esseri parassiti che nell’ora del pericolo fuggono o rimangono celati, nel giorno della vittoria svolazzano sul campo seminato di cadaveri per dividersi le spoglie dei vinti e la gloria dei vincitori. E sai tu come costoro riescano all’intento? L’uno assume la maschera del martire, del cospiratore, dell’antico emigrato, del prigioniero politico; un altro si fa banditore di sonori proclami, propugnatore di un liberalismo condiscendente, e adesca di tal guisa le sciocche moltitudini…”.
…e ciò scritto è solo un sunto, il concentrato dell’incipit del racconto, appena rigato, del primo capitolo del ‘Diplomatico di Gongorzola’ del letterato lecchese Antonio Ghislanzoni. la cui ‘faccia di bronzo’ che ride sotto il baffo sta nel bel mezzo dei giardinetti di piazza Mazzini a Lecco…
MARIA FRANCESCA MAGNI
nella foto qui sotto: Paolo Cagnotto






