Forum

oRegistratiper creare messaggi e topic.

La tassa invisibile sul pieno: perché il POS sta soffocando i benzinai italiani

C’è un cortocircuito logico e politico che si consuma ogni giorno sui piazzali delle stazioni di servizio italiane. Da un lato, lo Stato spinge con forza verso la digitalizzazione dei pagamenti, sbandierando la lotta al contante come pilastro di modernità e trasparenza. Dall’altro, questa transizione ecologica e digitale viene scaricata interamente sulle spalle dell’anello più debole della filiera: i gestori dei carburanti. Per un automobilista, avvicinare il bancomat al lettore contactless è un gesto immediato e gratuito. Per il benzinaio che eroga quel carburante, quel medesimo gesto rappresenta un salasso che può dimezzare il guadagno di un’intera giornata di lavoro.
La percezione pubblica è spesso ingannevole: vedere cifre enormi sul display della pompa di benzina fa pensare a ricavi stellari. La realtà economica racconta una storia opposta. Su un rifornimento standard di 50 euro (pari a circa 27 litri), il guadagno lordo del gestore è fisso e microscopico: appena 1 euro totale, equivalente a circa 3-4 centesimi netti per ogni litro erogato.È qui che si inserisce il socio occulto di ogni transazione: il sistema bancario. Con commissioni variabili tra lo 0,8% e l’1,6%, la banca trattiene istantaneamente tra i 40 e gli 80 centesimi di euro. In un attimo, la moneta elettronica assorbe fino al 50% del profitto reale del benzinaio. Se il margine si azzera, l’impresa muore.
La politica ha provato a tamponare l’emorragia introducendo un credito d’imposta pari al 50% delle commissioni addebitate. Si tratta però di un palliativo, una compensazione fiscale che arriva mesi dopo e che non risolve il problema strutturale della liquidità immediata. I gestori si trovano stretti in una morsa: da un lato la legge vieta loro (giustamente, per tutelare il consumatore) di applicare qualsiasi sovrapprezzo a chi paga con carta; dall’altro sono costretti a subire contratti bancari asimmetrici, oscillanti tra canoni fissi mensili e tariffe percentuali strangolanti. Mentre il benzinaio cede metà del suo sudore, l’ecosistema finanziario monetizza a monte e a valle. Su quei famosi 50 euro di pieno, la banca del cliente incassa lo 0,20% della commissione interbancaria (il tetto massimo imposto dall’UE), i circuiti internazionali (Visa, Mastercard, PagoBancomat) prendono lo 0,10% per i diritti di licenza, e la banca del benzinaio trattiene lo 0,70% per la gestione del POS. Un totale dell’1% che svanisce nel network digitale, a cui vanno aggiunti i costi dei canoni dei conti correnti e gli interessi che le banche generano sulla liquidità ferma nei depositi.
La soluzione politica: il modello “Flat Fee”L’infrastruttura informatica compie lo stesso identico lavoro digitale sia che si paghi un caffè da 1 euro, sia che si faccia un pieno da 100 euro. Il server consuma la stessa energia, gli algoritmi di cybersicurezza sono i medesimi. Perché, allora, la banca deve pretendere una percentuale sul valore del bene scambiato?La vera svolta politica e industriale non risiede nei bonus o nei crediti d’imposta, ma nel passaggio obbligato a un modello a tariffa fissa (Flat Fee), sul modello degli abbonamenti internet. Una micro-tariffa fissa (ad esempio 0,02 euro a transazione) per coprire i costi puri dei server, unita a un canone infrastrutturale minimo per la manutenzione del software di cassa.
Realtà tecnologiche come Satispay in Italia o il sistema Pix in Brasile dimostrano che azzerare o ridurre drasticamente le commissioni percentuali è tecnicamente possibile e sostenibile. A frenare questa rivoluzione sono i giganti della finanza internazionale, arroccati a difesa di profitti miliardari garantiti da rendite di posizione. Tocca alla politica europea e nazionale rompere questo oligopolio: proteggere i margini delle piccole imprese non significa essere contrari al futuro digitale, ma garantire che il futuro sia equo per chi lavora.

Ezio Venturini
Patto per il nord