MERCATO DEL LAVORO, AMMORTIZZATORI SOCIALI E PNRR: LA FOTOGRAFIA DI LECCO NEL
CONFRONTO CON LA LOMBARDIA- SERVE UN NUOVO PATTO PER IL TERRITORIO
Una lettura approfondita degli ultimi dati sul mercato del lavoro, sull’andamento degli ammortizzatori sociali
e sull’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) restituisce l’immagine di una regione
a due velocità e di un territorio, quello lecchese, esposto a fragilità strutturali. Il confronto tra la dimensione
macro-regionale della Lombardia e la realtà provinciale di Lecco evidenzia come la generale tenuta dei
numeri occupazionali nasconda in verità un progressivo ridimensionamento del cuore manifatturiero e un
pesante impoverimento delle famiglie.
Secondo anche la più recente rilevazione diPoliS-Lombardiasul II trimestre 2026, il mercato del lavoro
regionale registra un totale di 4,614 milioni di occupati, con una crescita del +1,4% (+62 mila unità rispetto
al II trimestre 2025), un tasso di occupazione che sale al 70,0% (+0,5 p.p.) e un tasso di disoccupazione
che scende al 2,9% (-0,3 p.p.). Tuttavia, l’analisi disaggregata per settore e genere svela forti squilibri. A
livello regionale, l’espansione occupazionale è guidata esclusivamente dai servizi (+82,4 mila unità, +2,7%)
e dalle costruzioni (+36,1 mila unità, +13,9%), mentre l’industria manifatturiera in senso stretto subisce una
netta contrazione di -54,8 mila occupati (-4,6%). Contemporaneamente, cresce il lavoro indipendente
(+10,7%) e cala quello dipendente (-0,9%).
Nel confronto con la Regione, il territorio di Lecco, per la sua storica e fortissima vocazione manifatturiera,
fortemente legata alle filiere dell’export, risente in maniera diretta del calo dell’industria. Se nelle grandi
aree metropolitane lombarde il terziario riesce ad assorbire e mascherare la perdita di posti di lavoro
industriali, nel lecchese la contrazione del manifatturiero crea un immediato allarme occupazionale e
salariale. Inoltre, permane un marcato divario di genere: in Lombardia il tasso di occupazione maschile
raggiunge il 77,6% (+0,8 p.p.) a fronte del 62,1% femminile (+0,2 p.p.), registrando un gap di 15,5 punti
percentuali. Anche il tasso di attività vede gli uomini al 79,6% e le donne ferme al 64,3%. Questa
sproporzione si riflette con forza nell’area lecchese, dove la rigidità oraria e la conferma della carenza di
servizi, essenziali a rispondere a continuità di cura familiare, ostacolano gravemente la partecipazione
femminile al lavoro.
A conferma del fatto che la contrazione industriale non sia un semplice rallentamento temporaneo, ma un
ridimensionamento strutturale, vi sono i dati della CGIL Lombardia sull’utilizzo dei dispositivi di sostegno
al reddito. Nel primo semestre del 2026, le ore autorizzate di Cassa Integrazione Straordinaria (CIGS) in
Lombardia sono salite a 18.525.472, con un incremento del +14,94% rispetto allo stesso periodo del 2025.
A giugno 2026 si è registrato anche un balzo dei Fondi di Solidarietà (+32,35% su base annua a 145.174
ore), a fronte di un calo della Cassa Ordinaria (-20,5%). Come sottolineato dalla CGIL regionale, molte
aziende in crisi evitano persino di accedere alla CIGS per cessazione per non farsi carico dei costi
addizionali previsti dalla legge, scaricando direttamente sui lavoratori il peso dei licenziamenti e degli
esuberi.
Questo quadro di incertezza lavorativasi abbatte su una condizione economica familiare già stremata
dall’inflazione, attestata al 3,4% ad agosto 2026. Sul territorio lecchese, le rilevazioni della cdl di Lecco
evidenziano un vero e proprio allarme bollette per l’imminente stagione invernale: i rincari previsti per le
utenze domestiche arrivano fino a 800 euro all’anno per famiglia, guidati da aumenti del +13% sul gas e
del +10% sull’energia elettrica. L’effetto combinato di cassa integrazione, salari stagnanti, carrello della
spesa caro e aumenti dei carburanti erode drammaticamente il potere d’acquisto reale dei lavoratori e delle
lavoratrici del lecchese.
Un ulteriore elemento di criticità deriva dai gravi ritardi nell’attuazione delle opere del PNRRinerenti al
welfare e ai servizi territoriali (Missioni 4, 5 e 6). I dati elaborati dalla CGIL mostrano che a 5 anni dal lancio
del Piano le opere completate sono drammaticamente poche: (Istruzione): In Lombardia risulta completato
solo il 34,7% dei progetti per asili nido e scuole dell’infanzia (comunque superiore al dato nazionale del
20,1%, dove si registrano ritardi esecutivi sul 61,3% dei cantieri) e appena il 9,9% degli alloggi universitari.
(Inclusione e Coesione): I progetti regionali per il sostegno alle persone vulnerabili sono completati solo
al 5,4% (contro l’8,3% nazionale), quelli di Housing First al 9,1% e i Piani Urbani Integrati al 47,6%. (Salute):
Le Case della Comunità completate in Lombardia si attestano al 43,4% (34,4% in Italia) e gli Ospedali di
Comunità ad appena il 28,1% (24,7% in Italia).
Per la provincia di Lecco, questi ritardi si traducono nel mancato rafforzamento della rete sanitaria e
assistenziale di prossimità. In un territorio caratterizzato da una complessa orografia e da faticosi
spostamenti quotidiani verso i luoghi di lavoro, basti solo avere il quadro di riduzione delle nascite e
spopolamento nelle zone montane tra cui la valsassina, inoltre la mancanza di infrastrutture sociali
pubbliche aggravate dai ritardi del PNRR scarica l’intero carico della cura familiare sulle donne,
penalizzandole nell’accesso e nella permanenza nel mercato del lavoro.Di fronte a questo scenario, la
CGIL ribadisce la necessità indifferibile di un cambio di rotta fondato su azioni concrete.
Di fronte alle complesse trasformazioni sociali ed economiche che attraversano il nostro territorio, appare
evidente che non possiamo più limitarci a valutare il mercato del lavoro attraverso il semplice dato numerico
degli occupati. La vera priorità per la provincia di Lecco, per le sue aree rurali e per l’intero sistema regionale
è la creazione di un’occupazione che sia strutturalmente stabile, qualificata e adeguatamente retribuita.
Soltanto il lavoro di qualità rappresenta la condizione essenziale per trattenerne i giovani, attrarre nuove
competenze ed arginare quel progressivo fenomeno di spopolamento demografico e di impoverimento
professionale che sta segnando il nostro territorio. In questo contesto, settori come il turismo evidenziano
il valore della stagionalità, la quale costituisce un’importante risorsa aggiuntiva ma non può in alcun modo
trasformarsi nella giustificazione per un mercato del lavoro strutturalmente precario: se le persone formate
non trovano condizioni di lavoro e di vita adeguate, non resteranno a vivere e a pianificare il proprio futuro
sul territorio.
Questa battaglia per la qualità del lavoro si intreccia in modo indissolubile con il contrasto al divario di
genere e alle disuguaglianze sociali. Le marcate disparità pensionistiche tra uomini e donne non nascono
infatti al momento del pensionamento, ma si accumulano durante l’intera vita lavorativa: contratti
discontinui, part-time involontari o legati alle esigenze di cura familiare e continue interruzioni di carriera
riducono in modo significativo i redditi delle donne rispetto a quelli degli uomini, condannandole a
un’insicurezza economica permanente. Per superare questa condizione, è urgente considerare la
conciliazione tra vita e lavoro non più come un problema individuale a carico delle donne, ma come un
tema collettivo e pubblico. Ciò richiede un’azione combinata: da un lato, la rimodulazione degli orari d
lavoro e l’adozione di una contrattazione collettiva innovativa; dall’altro, la realizzazione di una sinergia ad
ampio raggio finanziata con risorse pubbliche nazionali che ricadano sul livello regionale e sulla provincia
di Lecco, garantendo il potenziamento strutturale dei servizi per l’infanzia, dell’assistenza alle non
autosufficienze, dei trasporti locali e di misure concrete a sostegno della natalità e delle famiglie.
Al contempo, per contrastare il ridimensionamento della filiera manifatturierae sostenere il commercio e i
servizi, non possiamo permetterci di subire passivamente i processi di ristrutturazione aziendale. Occorre
una nuova politica industriale guidata dal soggetto pubblico, in grado di governare le transizioni ecologica
e digitale attraverso la riqualificazione delle competenze, la ricerca, l’innovazione in collegamento stretto
con il politecnico e la creazione di opportunità di lavoro qualificato anche nelle aree rurali e interne segnate
da un costante declino demografico. Questo rinnovamento produttivo deve camminare di pari passo con
la tenuta sociale: è indispensabile rafforzare la rete dei servizi socio-assistenziali e la sanità territoriale per
proteggere le categorie fragili, estendendo contemporaneamente un ammortizzatore sociale universale e
tutele contrattuali omogenee a tutto il mondo del lavoro, compresi i settori storicamente più esposti come
gli appalti, la logistica e il terziario.
Soltanto adottando una metodologia di analisi condivisa e basata su rigide logiche predittive saremo in
grado di anticipare i processi di crisi industriale e sociale anziché rincorrerli. È trasformando il costante e
capillare ascolto del territorio lecchese in decisioni politiche e scelte sindacali efficaci che potremo dare
risposte concrete, eque e durature alle necessità che emergono dalle nostre comunità. Rendere possibili
le risposte alle necessità
CGIL LECCO
