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Paolo D’Anna all’Unitre Valsassina nella sede della Comunità Montana con: ‘Angelina’, 24 settembre 2025

Il libro di Paolo D’Anna dal titolo ‘Angelina’ è la storia di una vecchina di nome Angelina ospite di una casa di riposo che, attraverso il racconto di ciò che è stato, sperimenta la felicità davanti a una tazzina di tè che l’autore le offre.

Vecchi sì, ma mica morti…anzi, più si è anziani e più si diventa bambini, e i bambini sognano e sanno giocare con le figure delle nuvole che si rincorrono nel cielo per poi capitombolare ridenti davanti all’altalena…

I vecchi, con le facce rugose come le tartarughe, sanno ascoltare ogni sussurro del mare della loro anima, così immenso azzurro e turbolento, che li chiama da una conchiglia appoggiata sul comodino, e con gli occhi sbiaditi dall’acqua del pianto vedono la vita che hanno vissuto, come se fosse successo ieri.

“Noi siamo la nostra memoria/noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti/questo mucchio di specchi rotti” Jorge Kuis Borges, verso in apertura del libro.

Gli anziani non devono essere considerati un problema sociale, invecchiare è il destino di tutti per fortuna…La maggioranza degli anziani sono uomini e donne che hanno lavorato una vita, sono cittadini che hanno creduto nei valori costituzionali, sono esseri umani che, come è nell’ordine delle cose, hanno perso le forze, ma non la dignità di persone fino all’ultimo respiro.

Fraternità e amicizia sono le regole della convivenza nelle casone per anziani, ma anche il silenzio per pensare, per abbandonarsi alla propria memoria e sentire il profumo, anche solo per pochi minuti, delle genziane blu dell’Alpe…e magari alcuni riescono a dormire qualche notte senza masticare pastiglie o contare le pecore…

La lettura del Vangelo rincuora molti anziani che riescono ad accogliere la vecchiaia come un dono e non una maledizione.

Le persone in condizione di estrema debolezza non meritano di essere considerate dei pesi da sopportare sbuffando o redarguire a suon di sberle morali e materiali, questa concezione non rispecchia il senso della civiltà degli uomini.

Gli anziani sono i testimoni ‘dell’andamento della vita’, rappresentano il tempo che passa inevitabilmente.

Ma se questo tempo viene sprecato dai giovani nelle cantine del proprio io per paura di diventare grandi o dagli adulti che non vogliono crescere pensando di essere eterni adolescenti si arriva in fondo alla vita in bianco e nero, senza il colore della vita vera, e si sta male, si diventa cattivi. Ecco perché tanti anziani sono una grande risorsa per la società, da essi si impara ad avere fiducia, a sperare, a infondere coraggio, a sorridere davanti alle linguacce dell’esistenza, a trovare sempre qualcosa da fare di utile per sé e per gli altri, perché non si è mai troppo deboli o troppo vecchi per amare…”

“Paolo sa scrivere, sa creare atmosfere, e lo fa con misura così che nulla può essere aggiunto o tolto…come sempre accade agli scrittori veri, a coloro che hanno qualcosa da dire e da raccontare… con quella levità ed eleganza che sono le caratteristiche più autentiche di Paolo, amante dell’arte nelle sue più articolate espressioni…senza clamori né ostentazioni…Angelina ci ha regalato i suoi ricordi…nel segno di una generosità e di una delicatezza di sentimenti che Paolo è riuscito a trasmetterci…” prefazione di Gianfranco Scotti.

Angelina, la protagonista del romanzo di D’Anna pubblicato nel 2018 da Arti Grafiche Papini di Cisano Bergamasco (BG), ha 93 anni, in gioventù fu una contadina lombarda d’animo buono, allo scrittore dice ciò che pensa senza macchinazioni, è gentile e saggia.

In un intrigo di vicende, Angelina sguscia dalle finestre trasparenti della casa di cura e torna sulla scena di tanti avvenimenti accaduti un secolo fa. “Nella casa dove sono nata e vissuta c’era un luogo dove andavo a nascondermi quando volevo stare sola, era la soffitta, con le travi scure velate di ragnatele, abitate dai nidi delle rondini…

Ricorda le voci delle lavandaie: “…un mestieraccio il nostro, con le mani sempre nell’acqua, la schiena bassa a lavare i panni dei signori anche d’inverno, quando l’acqua è fredda, la nostra vita non interessa a nessuno e nessuno si ricorderà di noi…”, invece non c’è paese della Comunità Montana che non abbia conservato un lavatoio antico tra le contrade da cui promanano ancora le risate e i canti delle ‘lavandare’ lombarde come le descrive Guglielmo, il poeta-postino del libro.

In 13 capitoli Paolo D’Anna scrive la storia di Angelina con grande trasporto emotivo, cuce le parole di Angelina su un’unica trama che a tratti scivola sulla seta per poi fermarsi a punto erba sul cotone, così a partire dalla descrizione degli oggetti, povere cose, che Angelina prese prima di lasciare la sua casa natìa: la cascina lombarda col granoturco appeso sulla lobbia, le galline nell’aia e la nebbiolina morbida che agguantava i campi e ghiacciava le zucche di novembre…

“Signor Paolo” sussurra timidamente Angelina allo scrittore che le versa il tè, “sa perché sono qui? Perchè i proprietari della cascina dove sono nata hanno venduto. Essendo l’ultima contadina rimasta, i nuovi proprietari mi pagano la retta della casa di riposo”.

“…in lei c’era una memoria personale, il passato se lo ricordava molto bene, certo, quando lei parlava delle lavandaie non poteva esprimere ciò che realmente dicevano, allora nello scrivere mi sono lasciato trasportare dai sogni che ogni giovane donna del ‘900 viveva, come per esempio il matrimonio…” specifica l’autore.

Il pittore Emanuele Job ha dipinto i personaggi del romanzo immaginandoli, pennelli e penna si sono incontrati in un connubio di bellezza delicata, tra questi c’è Arlecchino: la maschera del burattinaio Giosuè Brigatti.

Giosuè faceva spettacoli di cascina in cascina, ma alcuni riferimenti al Duce e al fascismo furono il pretesto del regime per bruciare la baracca di Giosuè e i suoi burattini, e per finire la sciagurata aggressione gli sgherri in camicia nera spezzarono le dita al povero burattinaio perché non potesse più allestire spettacoli. Ma la cattiveria ha le gambe corte, il burattino Arlecchino si salvò grazie al padre di Angelina che le ripeteva: “chiamava per nome i suoi burattini come un padre che chiama i suoi figli”.

“Là, vicino a quel muro, una volta c’era un fico. A settembre dava certi frutti dolci…i ragazzi venivano gridando: Angelina ci dai un po’ di fichi?…”/ “Allora, la prima cosa che faremo sarà piantare un fico…” disse Carlo, il nuovo proprietario della cascina. Angelina, ancora assorta nel ricordo, non rispose, ma sorrise…nei suoi pensieri c’era la certezza che ora poteva anche andarsene: la sua casa avrebbe vissuto ancora e altri avrebbero sentito il profumo del vecchio fico”.

Angelina se ne è andata, ma il suo ricordo è qui, in queste pagine di memorie che svolazzano come i panni appesi al sole.

MARIA FRANCESCA MAGNI

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