C’è un’altra Palestina, di cui non si parla. E le città possono aiutarla a non scomparire nel silenzio. Una delegazione di sindaci lombardi in Terra Santa per rompere l’indifferenza e costruire ponti di Pace
C’è un’altraPalestina, di cui si parla troppo poco e che rischia di scomparire nel silenzio. È la Palestina dei territori oltre Gaza, delle famiglie, delle scuole, dei servizi sociali e sanitari, delle comunità che continuano a vivere e resistere lontano dai riflettori della cronaca internazionale.
Con questo spirito, sei sindaci lombardi — rappresentanti dei Comuni di Arese, Gorgonzola,Lecco,Legnano, Lesmo e Seregno — hanno deciso di partire insieme per un viaggio istituzionale in Terra Santa, visitando Betlemme, Gerusalemme e Gerico, per vedere con i propri occhi una realtà spesso raccontata solo per frammenti o per slogan.
Un viaggio nato dalla convinzione che i sindaci possano essere ambasciatori delle comunità, capaci di unire le città per avvicinare i popoli, come già ricordava Giorgio La Pira negli anni Sessanta. Una missione senza bandiere ideologiche, ma guidata da un’intenzione precisa: ascoltare, incontrare, comprendere. Ossia fare ciò che ogni sindaco fa ogni giorno: stare accanto alle persone e cercare soluzioni concrete, anche quando non fanno notizia.
Durante la missione, la delegazione ha incontrato amministratori locali, tra cui il Sindaco e la Vice Sindaca di Betlemme e ilGovernatore di Gerico,oltre a responsabili religiosi e laici di scuole, strutture sociali e sanitarie. Ha visitato luoghi simbolici e servizi essenziali: le scuole di Betlemme e Gerico, l’orfanotrofio La Crèche, il centro Effatà per bambini e giovani audiolesi, il Caritas Baby Hospital, oltre a numerosi incontri con commercianti e famiglie.
Da tutti è emersa la stessa richiesta: rompere il silenzio. Un silenzio che pesa quanto i muri che separano i territori. Un silenzio fatto di check-point che aprono e chiudono senza preavviso, rendendo la vita quotidiana un rompicapo senza soluzione. Un silenzio che trasforma diritti fondamentali in concessioni: il permesso di lavorare, di studiare, di pregare, di muoversi tra città e villaggi un tempo accessibili.
“Torniamo da questa esperienza con una consapevolezza chiara: dietro il conflitto esistono volti, famiglie, comunità che chiedono semplicemente di poter vivere con dignità. Abbiamo incontrato un’umanità che non domanda compassione, ma ascolto. Non chiede schieramenti ideologici, ma relazioni. Il primo aiuto che possiamo offrire è rompere il silenzio e restituire complessità a una realtà,
troppo spesso, semplificata. Come amministratori locali sentiamo la responsabilità di costruire ponti, perché le città possono diventare luoghi di dialogo anche quando la politica internazionale fatica a esserlo. Tornare a casa, dopo un viaggio così, significa scegliere di non restare indifferenti” – dicono uniti i sei sindaci.
Nel corso degli incontri, è stato più volte ribadito con determinazione il rifiuto della violenza e del terrorismo. Palestinesi e Israeliani incontrati hanno espresso la loro distanza da Hamas e da ogni forma di estremismo, sottolineando come i muri abbiano creato due mondi che non si parlano più, alimentando paure e rancori reciproci.
In questo contesto, i sindaci hanno riconosciuto il ruolo fondamentale svolto dalla Chiesa Cattolica, che attraverso scuole, ospedali e opere sociali continua un lavoro quotidiano di tessitura paziente di relazioni, rappresentando un punto di riferimento civile oltre che religioso, capace di costruire ponti anche tra persone di fedi diverse. E proprio da una presenza attiva come padre Ibrahim Faltas, oggi direttore delle Scuole di Terra Santa, i Sindaci hanno ricevuto l’ultimo messaggio da riportare in Italia:
“Tornate a visitare la Terra Santa; fate sapere che qui non c’è un pericolo per i pellegrini. Questo è il primo modo con cui potete aiutarci. Perché venendo qui rimettete in moto l’economia e ridate dignità a chi ci lavora e vive”.
Un messaggio chiaro, che apre anche a prospettive concrete di collaborazione futura da attivare in ciascuna comunità locale.
Luca Nuvoli – Sindaco di Arese Ilaria Scaccabarozzi – Sindaca di GorgonzolaMauro Gattinoni – Sindaco di Lecco Lorenzo Radice – Sindaco di Legnano Sara Dossola – Sindaca di Lesmo Alberto Rossi – Sindaco di Seregno
MAURO GATTINONI
ABetlemme,città palestinese culla di Gesù bambino, incontriamo per primo il parrocoPadre Raphael, poi visitiamo realtà che ogni giorno lavorano nel silenzio per restituire dignità e speranza: il Centro Effatà Paolo VI per i bambini sordomuti, l’orfanotrofio La Crèche, il Caritas Baby Hospital. Luoghi dove la fragilità dei bambini si trasforma in un impegno coraggioso di medici, insegnanti, volontari. Realtà sostenute da anni anche da tante persone della nostra terra, e questo mi ha fatto sentire Lecco ancora più vicina.
AGericoci accoglie il Governatore della regione Hussein Hamayel insieme a Padre Faltas Ibrahim, direttore della Terra Sancta School. Assistiamo nel piazzale all’addestramento di soccorso e protezione civile, perché nelle scuole superiori insegnano ai ragazzi palestinesi come spegnere un incendio o come estinguere la fiamma di una bombola a gas a mani nude. I genitori ne vanno fieri, perché sanno bene che quando i coloni vogliono occupare un territorio palestinese, come prima cosa lo bruciano.
I bambini dell’asilo festeggiano i loro primi 100 giorni di scuola: una bella torta, le bibite nei bicchierini, musica gioiosa come nelle nostre scuole dell’infanzia. Ci invitano a distribuire dei piccoli giocattoli a bimbi palestinesi emozionati, e il Governatore ha gli occhi lucidi: “Qui ne vedete 50, là ce ne hanno uccisi 22 mila”.
AGerusalemme,presso il Patriarcato Latino di Gerusalemme siamo ricevuti dal Vicario Mons. William Shomali. Un onore salire lo scalone d’ingresso e accedere alla grande aula delle udienze. Dopo il giro di presentazioni, il discorso si fa subito concreto nelle parole del prelato. Come costruire un percorso di pacificazione? Procedendo per 5 gradi: “Innanzitutto riconoscersi reciprocamente come uomini che hanno il medesimo colore del sangue; poi fare giustizia secondo equità e non con la prepotenza, altrimenti non è giustizia; poi arriva la pace; ma non finisce qui, occorre il perdono consapevole e reciproco tra le persone per il male commesso; solo alla fine si giunge alla vera riconciliazione”.
Tornati a Betlemme incontriamo ilSindaco Maher Nicola Canawatie con la sua vice Lucia. Per legge la guida della città palestinese spetta ai cristiani, anche se il 90% della popolazione è musulmana: “Devo essere per forza il sindaco di tutti!” sorride Maher. Parole dirette, sincere, spesso difficili, che raccontano di una costrizione quotidiana del vivere qui. Lucia racconta: “Betlemme oggi è una prigione per 33 mila persone palestinesi, circondata da 134 checkpoint; ci impongono di chiedere il permesso per andare a scuola, per lavorare, per andare all’ospedale o a comprare il necessario. Lo stato di Israele non ci trasferisce i soldi dovuti, per questo i nostri dipendenti non ricevono lo stipendio per tre mesi, e quando arriva magari è dimezzato. E nonostante questo cercano di venire a lavorare negli uffici a servizio della loro comunità”.
E non ci si arrende: “Betlemme è la città di Gesù, per questo è la capitale della speranza, un riferimento per il mondo intero; chiunque al mondo si potrebbe sentire cittadino di Betlemme e volere operare per sostenerla”. In risposta alle vessazioni degli Israeliani, Maher ha costituito un fondo autonomo cui ciascuno, anche dall’estero, può contribuire per sostenere Betlemme: “Una parte delle risorse è destinata a costruire infrastrutture (strade, acqua, elettricità), una parte ai bisogni sociali ed educativi; una parte a sostenere la struttura operativa dei servizi pubblici (bollette, raccolta rifiuti, stipendi), una parte al sostegno delle iniziative e delle strutture religiose, un’ultima parte al territorio e ai comuni circostanti”.





