Il 12 marzo 1948, Pietro Vassena scese a 412 metri sotto la superficie del Lago di Como dentro un piccolo batiscafo costruito quasi interamente nella sua officina.
Non era un ammiraglio. Non era un grande industriale. Era un artigiano di Malgrate, in provincia di Lecco, con un’idea che sembrava troppo grande per le risorse che aveva.
Tra il 1945 e il 1947 aveva costruito il C3, lavorando con mezzi infinitamente più modesti di quelli disponibili ai grandi laboratori scientifici dell’epoca.
La leggenda della sua costruzione è diventata quasi più famosa del mezzo stesso: una pentola della moglie utilizzata per ospitare il sistema telefonico di comunicazione e un contaminuti da cucina impiegato nel sistema di controllo.
Dettagli che sembrano appartenere a una commedia italiana.
Ma sotto l’acqua non c’era niente di comico.
A bordo del C3, insieme a Vassena, c’era Nino Turati, ex sommergibilista della Regia Marina. Il 29 febbraio avevano effettuato un primo collaudo raggiungendo 68 metri.
Dodici giorni dopo provarono qualcosa di molto più rischioso.
412 metri.
Per capire cosa significasse bisogna immaginare la pressione che aumenta mentre si scende. Sopra di loro c’erano centinaia di metri d’acqua. Intorno, il buio. Dentro, uno spazio minuscolo e una struttura che doveva resistere a una forza enorme.
Il risultato fu straordinario.
Non fu però il record mondiale assoluto di profondità con equipaggio: quel primato apparteneva già alla Bathysphere di William Beebe e Otis Barton, che nel 1934 avevano raggiunto 923 metri.
Il risultato di Vassena rimane comunque una delle imprese più sorprendenti della storia della tecnologia subacquea italiana del dopoguerra.
E la storia avrebbe potuto finire lì.
Invece cominciò la parte più amara.
Il C3 attirò l’attenzione degli ambienti scientifici e della Marina. Fu utilizzato per attività di ricerca e portato anche fuori dal Lago di Como.
Nell’ottobre del 1948 un incidente provocò l’ingresso d’acqua nel mezzo, che precipitò a circa cento metri prima di essere recuperato.
Poche settimane dopo arrivò il disastro definitivo.
Durante un tentativo di immersione senza equipaggio al largo di Capri, il cavo di traino si spezzò.
Il C3 scomparve nelle profondità.
Questa volta non tornò più.
Il mezzo che un artigiano del lago aveva costruito nel dopoguerra finì sul fondo del Tirreno, lontano da quella stessa acqua del Lario dove aveva raggiunto i 412 metri.
Vassena non riuscì a recuperarlo e non ricevette un risarcimento per la perdita.
È questo il dettaglio che rende la storia quasi dolorosa.
Non soltanto perché un’invenzione straordinaria andò perduta.
Ma perché, per un momento, dimostra quanto poco basti perché l’ingegno di una persona comune riesca a entrare nella storia.
E quanto rapidamente quella stessa storia possa dimenticarsi di chi l’ha resa possibile.
Il C3 è scomparso.
Pietro Vassena quasi anche.
Ma quei 412 metri sono ancora lì, nel buio del Lago di Como.
E raccontano una cosa molto semplice: a volte la grande tecnologia non nasce nei grandi laboratori.
Nasce in una piccola officina, nelle mani di qualcuno che semplicemente non ha ancora accettato che una cosa sia impossibile.
Un artigiano.
Un batiscafo.
412 metri di buio.
E poi, il silenzio del fondo del mare.
In breve:
— Il 12 marzo 1948 Pietro Vassena raggiunse 412 metri nel Lago di Como con il batiscafo C3.
— Il C3 era un progetto artigianale sviluppato da Vassena nel dopoguerra con risorse molto più limitate rispetto ai grandi laboratori scientifici.
— Nel novembre 1948 il mezzo fu perduto definitivamente al largo di Capri durante una manovra di immersione.
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