Come è noto in Valvarrone si sta realizzando un nuovoponte pedonale sospeso (il “Ponte dei Minatori”) che, una volta ultimato, sarà «il più alto d’Europa», a scopi prettamente turistici. È un’opera che in passato ho esaminato e criticato varie volte in base a numerose motivazioni.
Proprio «collocandolo nel suo contesto reale», cioè nel paesaggio della Valvarrone, il ponte appare fuori luogo, anche nella bontà dell’idea di valorizzare culturalmente la zona mineraria di Lentrèe che vuole essere, negli intenti, il cuore dell’iniziativa: ma è un cuore la cui “pulsazione” è stata portata altrove, sul ponte-attrazione – inevitabilmente lo è visto che da subito è stato presentato enfaticamente come «il più alto d’Europa» – che in quanto tale attirerà un pubblico il cui interesse fondamentale sarà proprio centrato sul ponte, come accade con ogni altra infrastruttura simile che d’altro canto nasce per questo, non per altri fini.
È il classico elefante nella cristalleriae non si può certo pensare di poter valorizzare la “cristalleria” della Valvarrone piazzandoci in mezzo cotanto ingombrante pachiderma sospeso. Posso capire che l’idea sia quella di usare il ponte come elemento attrattivo di un pubblico il più ampio possibile cercando poi di deviarlo verso le specificità culturali del luogo: ma, nonostante il finanziamento privato dell’opera, il gioco vale la candela? I rischi che l’opera impone al luogo e alla sua comunità non sono eccessivi?
È stato elaborato un piano articolato di sviluppo costante della proposta culturale, ben supportato da competenze adeguate, che contempli la presenza del ponte ma non ne sia totalmente dipendente? Essendo poi tali opere delle attrazioni “a scadenza” – nel senso che attirano visitatori fino alla prossima che verrà realizzata altrove ancora più alta, più lunga, più ardita e spettacolare, eccetera – su quali garanzie di durata nel tempo si può elaborare il progetto di valorizzazione culturale e, soprattutto, confidare nel buon esito di esso nel lungo periodo?
Mi viene difficile comprendere come, a fronte di un’opera come il ponte, non si voglia inseguire il «turismo mordi e fuggi» sul quale vivono attrazioni del genere – sono fatte per questo, d’altro canto, formalmente non è una loro colpa. E il «conoscere la valle, la sua storia, le sue frazioni e le sue attività» richiede un modello di frequentazione turistica responsabile e consapevole che non solo appare in antitesi a quello che il ponte propone ma vi risulta anche in chiaro contrasto.
Chi frequenta i luoghi per conoscerne la cultura peculiare, come dimostrano le statistiche del comparto turistico, generalmente evita quelli che offrano attrazioni tipiche del turismo massificato, a meno che sappiano offrire la possibilità di frequentarli in maniera approfondita, articolata e compiuta a prescindere dalle opere meramente turistiche, le quali infrastrutturano i luoghi ma inevitabilmente ne banalizzano il paesaggio e depauperano l’anima peculiare che li rende unici. Di sicuro un ennesimo ponte sospeso simile a tanti altri già esistenti fa di un luogo per molti versi unico, dunque naturalmente attrattivo come la Valvarrone, una «meta turistica» simile alle tante altre con un’ennesima attrazione che la identificherà, con buona pace delle miniere e della loro storia.
E chiunque conosca la zona sa bene – e tanti mi hanno sempre detto, ogni qualvolta si parlasse della questione – che «la creazione di nuovi posti auto e l’adeguamento dell’accessibilità nell’area vicina al ponte» rappresentano azioni pleonastiche rispetto alla problematicissima viabilità d’accesso alla valle sia dal lago che dalla Valsassina, fatta di strade che, al netto dell’asfalto, sono sostanzialmente rimaste quelle di un secolo fa. Oltre ad essere interventi, quelli citati dal Sindaco, che pur nell’ipotesi apprezzabile di migliorare l’accessibilità nella zona del ponte, corrono invece il rischio di peggiorarla grandemente, peggiorando di conseguenza la vivibilità dei residenti, in assenza di un rigido controllo degli accessi che d’altro canto apparirebbe contraddittorio alla natura turistica del ponte e di quanto ad esso concernente.
Come già accennato, le strade che percorrono la Valvarrone sono tra le più strette, tortuose e obsoletedi Lombardia nonché a rischio di dissesto idrogeologico:la cristalleria nella quale è stato piazzato l’elefante ha pure un’entrata stretta, scomoda e precaria, per restare nella metafora citata. Posta tale situazione, «progettare l’ampliamento del parcheggio esistente e un nuovo collegamento con la Sp 67, per rendere l’accesso più sicuro e più agevole» (a cosa? Al ponte? E vita quotidiana degli abitanti?) è pleonastico, ribadisco, così come sapere che la Provincia di Lecco «sta realizzando lavori di adeguamento e messa in sicurezza di alcune porzioni di strada» (di alcune porzioni?) e che «altri interventi sono in programma» (quali? Quando?) non garantisce alcun miglioramento reale e concreto alla situazione in essere.
«L’obiettivo è evitare che l’eventuale successo dell’iniziativa ricada negativamente sulla qualità della vita dei cittadini» sarebbe da elaborare e mettere in atto prima di realizzare opere del genere: il rischio di scaricare sulle spalle dei cittadini le ricadute negative sulla qualità della loro vita non è ammissibile.
LUCA ROTA
