C’è qualcosa di profondamente poetico, e al tempo stesso straordinariamente comico, nel vedere la politica nostrana che “strizza l’occhio all’Africa”.

In queste ore , nella felpata Sala Giunta del Comune di Lecco, si è tenuto un incontro dedicato a “Lecco, Piano Mattei e Cooperazione internazionale”.Un trionfo di sigle, associazioni di categoria, sguardi strategici rivolti al futuro e, immancabile, il collegamento da Palazzo Chigi. Tutti pronti a spiegare come il nostro territorio possa esportare innovazione, formazione e sviluppo nei 18 Paesi africani partner del piano governativo.

Sentendo i discorsi, sembra quasi di vederli: i burocrati romani e gli amministratori locali che disegnano il destino del continente nero su eleganti grafici Excel, convinti che l’Africa si impari sui manuali dei concorsi pubblici. E qui scatta il capolavoro della burocrazia: pare che per gestire questi progetti i requisiti fondamentali siano un’età inferiore ai 36 anni e una fedina penale immacolata da scartoffie. Viene da chiedersi: ma questi ragazzi l’Africa dove l’hanno vista? Nelle cartoline? Nei documentari o durante un bizzarro Erasmus a Nairobi?

Io non parlo per teoria. Chi scrive in Africa ci ha vissuto e ha lavorato per ventitré anni. E sa perfettamente che la realtà delCorno d’Africanon ha il sapore di un verbale di giunta. Ha il profumo del teff e della juta e, purtroppo, l’odore acre del ferro che si mescola al gelsomino nei giorni drammatici di Mogadiscio.

Se dico questo, è perché i fatti sono registrati e verificabili:

• “Giancarlo Marocchino. I giorni di Mogadiscio”: nel mio libro ho documentato la realtà nuda e cruda della Somalia degli anni ’80 e ’90. Ho raccontato la logistica pesante e complessa in un territorio dominato dai clan e dai signori della guerra, vissuto i fallimenti sanguinosi delle missioni ONU (Ibis e Unosom) e visto da vicino l’ombra di tragedie mai chiarite, come l’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Chi c’era sa come gli aiuti internazionali finissero troppo spesso per alimentare i conflitti invece di spegnerli.

• “L’odore del ferro sul gelsomino”:le stesse verità, fatte di terra, sangue e dignità, le ho messe nero su bianco ricordando l’inferno dell’Etiopia del 1998, quando ci ritrovammo a fuggire da Macallè sotto i bombardamenti dei MiG eritrei che colpivano le scuole. Lì c’è il ricordo di giganti della solidarietà reale come Marco Beci— un uomo straordinario che faceva cooperazione sul serio sul campo, prima di rimanere ucciso nella strage di Nassiriya nel 2003 — mentre la diplomazia ufficiale balbettava nelle stanze climatizzate. 

Cito queste mie opere non per fare pubblicità — non ne ho bisogno — ma per certificare che io dico il vero. Le mie non sono opinioni da bar, sono testimonianze storiche vissute sulla mia pelle.

Oggi, come parte attiva del progetto politico del Patto per il Nord, ho intenzione di portare questa esperienza concreta sui tavoli che contano. Se mi sarà data la voce e l’opportunità di incidere, il mio obiettivo è fare finalmente un lavoro serio:

1. Gestione dell’immigrazione: affrontata con pragmatismo e non con gli slogan.

2. Sviluppo di progetti mirati direttamente in Africa: iniziative che funzionino davvero perché scritte conoscendo il tessuto locale, non copiando linee guida ministeriali.

Il paradosso lecchese attuale è tutto qui. Abbiamo una macchina amministrativa — che conosco bene, essendoci stato seduto dentro come assessore — bravissima a organizzare passerelle, scattare foto di rito e inseguire i grandi titoli dei giornali per pura visibilità politica. Ma quando si tratta di stringere, la montagna partorisce il solito topolino di carta. Si parla dell’Africa come di un concetto astratto, ignorando deliberatamente il patrimonio di memoria e di competenze reali di chi quel tessuto sociale e geopolitico lo conosce centimetro per centimetro.

Mentre a Lecco si firmano “percorsi condivisi” a colpi di slide, la realtà africana continua a muoversi con le sue regole feroci e pragmatiche. Se le istituzioni volessero davvero fare cooperazione e non l’ennesimo esercizio di stile, dovrebbero smettere di fare accademia e iniziare ad ascoltare chi la polvere di Mogadiscio e il fango di Macallè ce li ha ancora sotto le scarpe.

Altrimenti, l’unica cosa che si svilupperà grazie al Piano Mattei a Lecco sarà l’industria dei faldoni e delle chiacchiere. E quella, purtroppo, la conosciamo già fin troppo bene.

Ezio Venturini

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