Le tante ombre del governo più duraturo della storia che ora insegue i sondaggi per tentare di perpetuarsi

A fine settimana partirà la grancassa delle celebrazioni per il governo più duraturo della storia Repubblicana. Record inseguito con determinazione feroce dalla/dal Presidente del Consiglio che ha sopportato a lungo qualche figura imbarazzante dentro la sua compagine e quando ha deciso di liberarsene (complice il primo manrovescio elettorale della sua sin allora fulgida carriera di leader), lo ha fatto badando bene a non compromettere il cammino verso i 1412 giorni di potere.
Inesistente la visione del futuro del paese

Il raggiungimento di un traguardo comporta però, oltre alle celebrazioni e le laudi (previste in pompa magna in quel di Bari) anche qualche tentativo di bilancio.Tirando le somme dell’azione politica del governo Meloni non si può non notare una attenzione costante ai sondaggi, ai fatti di cronaca in grado di supportare la narrazione ideologica della maggioranza, alla considerazione sempre riservata al bacino elettorale di riferimento. Ben più modesta la visione prospettica del futuro del Paese nonché la concretizzazione delle pur roboanti promesse del discorso di insediamento.

Alle prime due categorie appartengono i7 decreti sulla sicurezzache hanno cercato di consolidare l’immagine di “legge e ordine” che è cifra caratteristica di ogni esecutivo conservatore. Appare dunque singolare come a fronte di questa proliferazione di norme volte a limitare e reprimere si continui da parte della maggioranza a dipingere l’immagine di un’Italia a rischio per criminalità, violenza, illegalità. Alla seconda categoria vanno invece ascritti la ventina tra condoni, sanatorie, rottamazioni e affini con le quali si è continuato a strizzare l’occhio al popolo degli evasori. Per il resto poco o nulla.

Uno dei pilastri della politica di Meloni era stato l’asserito rilancio delle politiche sulla natalità,impegno già centrale nelle tesi FDI di Trieste 2017. Il bilancio in questo campo segna profondo rosso; non solo la maggioranza ha respinto il congedo paritario di paternità proposto dal PD ma ha anche inserito nella Legge di Bilancio 2026 una norma che redistribuisce i fondi destinati agli asili nido privilegiando le aree dove questi esistono già e tagliando la possibilità di istituirne di nuovi dove mancano. Inutile dire che le zone dove c’è carenza di strutture sono generalmente quelle a maggior disagio, puntualmente ignorate. Il fallimento delle politiche sul tema è stato ora consacrato anche da un’analisi Istat che prevede che nel 2050 il numero dei nuclei familiari senza figli sarà superiore a quello dei nuclei familiari senza bambini.

Il primo governo aguida femminilepoi non ha certo migliorato la condizione delle donne. Anzi; continuiamo ad essere agli ultimi posti per tasso di occupazione femminile (53,8% contro il 66,6% media UE) e ancora peggio va per quel che riguarda la parità di genere: il Global Gender Gap Report 2025 ci pone al 35° posto su 40 paesi in Europa. Sempre difficile per le donne raggiungere posizioni apicali: il potere politico (65%) ed economico (88,8%) sono ancora rigorosamente in mani maschili. Sul tema della violenza contro le donne è stato fatto qualcosa (in maniera pasticciata) sul fronte repressivo e molto poco su quello preventivo dove anzi ci si è preoccupati di vietare e/o restringere i programmi di educazione sessuo-affettiva per i più giovani.

Sul piano economicoci si è preoccupati soprattutto di arginare i tentativi di qualche alleato (Salvini) di dare l’assalto ai già sinistrati conti pubblici ma è mancata una qualunque traccia di politica industriale e le crisi ereditate dal passato sono ancora tutte sul tavolo quando non si sono risolte da sole per estenuazione o buona volontà. Il costo della vita e quello della pressione fiscale sono in costante aumento e la pressione sul potere d’acquisto sempre meno sostenibile (come noto siamo il solo paese in cui negli ultimi dieci anni gli stipendi sono calati invece che aumentati). I giovani continuano a scappareperché il lavoro non si trova o se c’è è precario (nel 2025 il 61,4% della fascia di età 15/34 anni aveva contratti a tempo determinato) o mal pagato, o tutte e due le cose insieme.

La politica esteraè stata per mesi presentata come il “gioiello della corona” con la/il premier che si vantava della riconquistata centralità dell’Italia nel mondo grazie all’affiancamento fedele (servile?) nei confronti della nuova amministrazione americana, della formale buona intesa con la presidente della commissione europea Von der Leyen e del silenzio spacciato per equilibrio su vicende come quella di Gaza. Peccato che nel giro di pochi mesi siano arrivate le umiliazioni del tanto lodato Trump, il fallimento del propagandato “Piano Mattei”, ora la lite grottesca con la Spagna per un inesistente pericolo Ceuta.

Persino la questione migrazione, utilizzata ormai come strumento di sollecitazione della “pancia” e ragione ultima per chiedere la conferma al potere (con la probabile implementazione dei propositi Vannacciani) non è stata, alla prova dei fatti, gestita politicamente. Si è scelto di confermare le quote di ingresso (circa 500.000 a triennio) in cambio di qualche incattivimento nei confronti delle ONG costrette a giorni supplementari di navigazione dopo i salvataggi, si è deciso qualche inasprimento delle norme ma resta il fatto che il ministero dell’Interno non è riuscito a dar seguito che a poco più del 20% delle sentenze di espulsione emesse dai Tribunali.

C’è poi il flop costoso e clamoroso deicentri in Albaniache si è a lungo preteso di far funzionare contro le leggi in vigore, salvo poi prendersela immancabilmente con i giudici che quelle leggi facevano rispettare. Nessuna parola sull’impatto reale (non negativo) dell’immigrazione sull’economia nazionale.

Il tentativo di smantellare gli equilibri costituzionali

C’è poi, insieme con un revisionismo più o meno sfacciato, il pesante capitolo dei tentativi di smantellamento degli equilibri costituzionali, in parte sventati dall’esito referendario del 22 marzo. Ora si riprova a smontare la rappresentanza del voto con una legge elettorale che si vorrebbe varare in fretta per assicurarsi un’altra vittoria ma che viene modificata di ora in ora sulla base dell’esito dei sondaggi e degli umori cangianti delle parti in causa.

L’occhio sempre fisso sull’ombelico e sulle percentuali. La realtà può attendere.

da Strisciarossa.it

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