Ancora sul Ponte della Valvarrone

E’ sempre aperto il dibattito sui social sul nuovo “ponte tibetano” che sarà inaugurato a Tremenico sabato 24 ottobre (biglietto d’ingresso a 15 euro). Insiste Luca Rota

Il 24 ottobre apre in Valvarrone il “Ponte dei Minatori“, nuovo ponte pedonale sospeso già definito «il più alto d’Europa». Ma di fronte a questa grande opera, a pensarci bene, non c’è spazio né per il facile trionfalismo né per il catastrofismo sterile:https://wp.me/p1E5a2-fMY

In un comune di appena 500 abitanti con evidenti criticità logistiche, un’attrazione turistica di massa, pur se ideata per valorizzare culturalmente il luogo, rischia di comportarsi come un elefante in una cristalleria: un pericolo concreto per un territorio fragile e prezioso. Prima di rischiare di frantumare i “cristalli” paesaggistici della Valvarrone senza reali benefici immediati alla sua comunità, dovremmo chiederci che senso del contesto abbia un’opera del genere e se questo sia davvero il modello di sviluppo di cui la montagna ha bisogno.

Così, a pochi giorni dall’inaugurazione del ponte ho approfondito di nuovo il tema, tra i più emblematici del momento, nell’articolo di oggi sul blog, qui:https://wp.me/p1E5a2-fMY

Molto pacata e ragionata la risposta di Domenico Pandiani, presidente del Gruppo Montagna del Comune di Dervio, su Valvarrone unlimited

“Valvarrone, ovvero: meglio una valle morta che un turista in più
C’è qualcosa di involontariamente comico nel modo in cui si parla del futuro delle nostre montagne: ci si lamenta dello spopolamento, della chiusura delle attività, della mancanza di opportunità per i giovani e poi, quando arriva un’iniziativa che potrebbe almeno provare a smuovere le acque, ci si preoccupa che non smuova troppo anche il traffico. È il paradosso di chi vorrebbe una montagna viva, purché non dia segni di vita troppo evidenti. Il Ponte dei Minatori aprirà il 24 ottobre e, a quanto pare, dovremmo prepararci a un’invasione barbarica di automobili e turisti colpevoli dell’imperdonabile intenzione di visitare qualcosa di nuovo. Un’autentica catastrofe per una valle che, evidentemente, starebbe molto meglio se continuasse a perdere residenti, occasioni economiche e prospettive, purché lo facesse in un silenzio rispettoso del paesaggio. Sia chiaro: la Valvarrone è un territorio delicato, con problemi logistici reali e un patrimonio paesaggistico e culturale da tutelare. Ma proprio per questo sarebbe opportuno distinguere la tutela dall’immobilismo.

Perché una cosa è proteggere una valle dalle trasformazioni distruttive, un’altra è considerare qualsiasi iniziativa capace di attirare persone come una minaccia all’equilibrio locale. A forza di descrivere la Valvarrone come una cristalleria, si rischia di dimenticare che non è un negozio di porcellane gestito da un antiquario ansioso. È un territorio abitato, o che almeno vorrebbe continuare a esserlo, dove le persone hanno bisogno di lavorare, guadagnare, mantenere servizi e costruirsi un futuro. Non si pagano le bollette ammirando la bellezza delle vie rurali. Una valle che sta morendo non ha bisogno degli oli santi: ha bisogno di essere rianimata. Possibilmente prima che l’unica attività rimasta sia organizzare convegni sullo spopolamento, con relatori provenienti da fuori e un rinfresco acquistato altrove. Naturalmente, il ponte non è una bacchetta magica. Nessuno dovrebbe immaginare che una struttura turistica possa, da sola, arrestare decenni di declino, riportare i giovani in montagna o risolvere la carenza di servizi. Ma da qui a considerarlo un elefante lanciato deliberatamente contro il patrimonio della valle ce ne passa. La metafora dell’elefante nella cristalleria è suggestiva: evoca danni, fragilità e disastri con grande efficacia.

Ha però un piccolo difetto: descrive ogni possibile conseguenza negativa senza concedere altrettanto spazio all’eventualità che l’opera produca qualche beneficio. E se il ponte attirasse visitatori, generasse pernottamenti, portasse clienti ai ristoranti e offrisse nuove opportunità alle attività locali? Se convincesse qualcuno a investire in un territorio finora considerato troppo isolato e poco frequentato? Non è affatto garantito che accada. Ma nemmeno il disastro annunciato è una certezza. E, soprattutto, una metafora ben riuscita non sostituisce un’analisi dei fatti. La vera domanda, dunque, dovrebbe essere come gestire gli effetti affinché i benefici superino i costi. Servono parcheggi adeguati, una viabilità organizzata, il monitoraggio dei flussi, la tutela dei luoghi più sensibili e una strategia capace di distribuire i visitatori sul territorio. L’amministrazione dovrà assumersene la responsabilità, ma questo è precisamente il compito di chi governa: affrontare i problemi, anticipare soluzioni. Pretendere che ogni conseguenza sia conosciuta in anticipo è irrealistico; ignorare i rischi sarebbe irresponsabile. Tra le due cose esiste la pianificazione, che è decisamente meno spettacolare della profezia di sventura, ma assai più utile.

Mi si lasci in conclusione dire la mia, comeEnrico Baroncelli

Avrei voluto andare all’inaugurazione sabato del “Ponte tibetano” (al di là che approvi o meno l’opera, e non certo per motivi politici).
Ma siccome ho un vago ricordo della Valvarrone, in cui sono stato molti anni fa, ho guardato su Google Maps la strada per arrivarci da Introbio. Già arrivare a Pagnona per me sarebbe problematico (ho una macchina ingombrante, tutte quelle curve, con quel che costa adesso la benzina !). Mi sono scoraggiato !
Salire invece da Dervio, su quella stradina strettissima, dove se incontri una macchina che scende dalla parte opposta è meglio che dici una preghiera (non si sa mai che finisci in un burrone) insomma ancora peggio.

E qualcuno vorrebbe incentivare il turismo in una zona così disastrata (dal punto di vista della viabilità) ?
E pagare pure 15 euro, una volta arrivati al ponte ?
Grazie ma sinceramente preferisco andare da qualche altra parte.
Insomma, ho l’impressione che gli amministratori, e quelli che hanno avuto l’idea del ponte, si stiano facendo un po’ troppe illusioni:troppo scomodo, troppo lontano, troppo problematico arrivarci ( e sicuramente anche troppo caro!).
Davvero non so se i turisti verranno a frotte come loro si illudono: così anche i residenti (500 ? o ancora meno ?) potranno tirare un sospiro di sollievo ! E anche il nostro amico Luca Rota .

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