Attraverso la descrizione della conoscenza della malattia nel sanatorio incuneato tra le montagne di Davos in Svizzera, Thomas Mann scrisse il romanzo: La montagna incantata. Un libro allegorico della società occidentale dei primi del ‘900: avida, indifferente, coi piedi nei tini sopra agli acini del dolore umano, che ha tutto a che spartire con la società contemporanea.
Il sanatorio di Davos è paragonabile al sanatorio di Sondalo, dove diversi ragazzi lecchesi, ancora negli anni ottanta, venivano ricoverati per tbc.
Il protagonista della storia narrata da Mann è Hans Castorp che nel crogiolo della sofferenza conosce la malattia e il suo indescrivibile senso di solitudine: come se all’improvviso si fosse rotta la cerniera tra l’uomo malato e l’uomo ‘sano’, ma il protagonista non si scoraggia, riesce a ridescrivere il significato dell’amore e punta sulla speranza mescolata alle pillole quotidiane. Il suo è un percorso estenuante di ricerca del senso della malattia in una società che non vuole i malati. La malattia però è eternamente presente, spietata traccia la via del confine.
Castorp vede la morte ogni giorno e ogni notte che svolazza senza forma proprio a Davos tra i malati, non in trincea tra i soldati dove l’annientamento dell’uomo sano è provocato paradossalmente da un altro uomo sano. Tuttavia trova conforto nel sanatorio ‘incantato’ che guarda l‘incanto della montagna dove la bellezza sale verso il cielo, il respiro si riempie di aria fresca e buona, il sorriso illumina le valli dell’anima mentre il sole sale piano e indora le vallette disegnate dalle creste.
Perchè il malato prova sollievo guardando la montagna? Perchè la montagna è fiato, la montagna è silenzio, la montagna è pensiero.
Ma la montagna è anche teatro di discernimento del male e del bene.
Le case dei nostri vecchi paesi montani giunte fino a noi, furono costruite addossate le une alle altre formando una specie di cinta protettiva per impedire al ‘diavolo’, alle ‘streghe’, ai lupi e agli orsi, alla ‘casce selvadeghe’ di entrare dopo il tramonto a fare del male. Un incubo continuo per i nostri antenati.
Dalla documentazione Pietro Pensa si rileva che antichi statuti delle Valli della Comunità Montana riconoscevano ricompense per uccidere i lupi: 20 soldi terzuoli per un cucciolo e 60 per un lupo grosso. Nel 1472 Ludovico il Moro stabilì compensi raddoppiati e nel 1475 il premio arrivò a 4 ducati. Nel 1504 trenta bambini pastorelli vennero trucidati dai lupi nella campagna milanese, a seguito di ciò fu permesso di portare armi e a guardia degli armenti fu indicata una comitiva.
Nel 1564 a Esino Lario, un uomo venne seppellito fuori dalla terra consacrata perché eretico in quanto, secondo le dicerie popolari, lavorando come boscaiolo nei Grigioni divenne protestante. Un branco di lupi lo dissotterrò e ne fece scempio nelle spelonche che scendono verso Perledo. In un diario dei Torriani di Primaluna è scritto che nel 1600 orsi e lupi erano talmente aumentati che i contadini non osavano più andare sui pascoli…Nel 1751 i valsassinesi esasperati inviarono una missiva al governo per ridurre le tasse sui boschi e sui pascoli data la presenza di orsi e lupi per i quali fu stabilita una taglia di 12 lire per i primi e 24 per i secondi, nell’Archivio di Stato di Milano è ancora conservato un fascetto di ricevute per taglie pagate, sottoscritte dal notaio Antonio Staurengo, attuario del Pretorio valsassinese.
Tra le tante leggende sul ‘maligno’ presente sui picchi dei nostri monti, si racconta che tra le acque sorgive e i torrentelli il diavolo prese ‘casa’ negli anfratti più bui nascosti dalle spine dei roveti sulla mulattiera che da Introbio sale a Mezzacca sulla destra del torrente Acquaduro dove, su un roccione, sono visibili le costole di San Martino ‘Cost de San Martin’.
San Martino fece una scommessa con diavolo ponendo come posta le anime degli introbiesi, ossia se avesse vinto il santo il diavolo avrebbe abbandonato Introbio per sempre. La scommessa consisteva nel salto dalla vetta del Monte The fino a raggiungere il versante opposto della Valle: San Martino saltò per primo e finì col battere il costato contro il fianco della montagna lasciando il segno impresso nella roccia, il diavolo invece non riuscì nel balzo e precipitò in verticale formando un baratro nel torrente che ancora oggi gli introbiesi chiamano il ‘pozz dol diaol’, in realtà è una enorme marmitta dei giganti.
Pare che San Martino abbi vinto la scommessa, ma il diavolo è ‘il diavolo’, dove non può mettere il capo mette la coda…
MARIA FRANCESCA MAGNI
