Il Partigiano Mario Cerati di Introbio ricordato da Enrico Baroncelli all’Unitre Valsassina in occasione del 25 aprile 2026
Mario Cerati, nome di battaglia Romolo, 2° Divisione Garibaldi e 55° Brigata Rosselli Lombardia, nasce a Introbio il 30 marzo 1914 e muore il 3 novembre 2011 nella sua casa di Introbio.
Il Comandante Partigiano Mario Cerati, Capitano degli Alpini, dopo l’8 settembre del 1943, senza se e senza ma si schierò col primo gruppo di Partigiani del Pizzo dei Tre Signori al fianco degli uomini e delle donne valsassinesi che, con vanghe e sangue, tracciarono il solco tra le Valli montane per seminare libertà e democrazia estirpando la finta camomilla che ne impediva la crescita nella lotta contro il nazifascismo.
Mario Cerati, ricordato come un uomo schietto e deciso dall’amico Enrico Baroncelli Presidente dell’Unitre Valsassina, fu attivo protagonista della Resistenza in Valsassina e in tutto il comprensorio lecchese, contribuì ad ottenne la resa del Generale Pemsel dell’armata Liguria stazionata a Mandello del Lario.
“Rappresentava la Storia vissuta in prima persona” commenta Enrico Baroncelli e, poiché conosco bene il prof, quando parla di Mario Cerati si emoziona: la voce gratta sulle corde vocali… “è solo un ranteghino” dice, ma l’occhio non mente, nascosto dietro le rughe degli anni, lascia colare una perlina lucida, impercettibile, che si ferma sull’ultima ciglia…
“Viva la primavera
che viaggia liberamente
di frontiera in frontiera
senza passaporto
con un seguito di primule,
mughetti e ciclamini
che attraversando i confini
cambiano nome come
passeggeri clandestini,
tutti i fiori del mondo son fratelli”
Viva la libertà, Gianni Rodari
Cosa sanno i bambini e i ragazzi del 25 aprile? Quasi niente.
Eppure le coscienze della Storia si imparano sui banchi di scuola, in famiglia, con gli amici. Ma oggi la coscienza non c’è più: questi ambienti primari sono diventati campi di conquista spregiudicata, violenta, prepotente, e il rispetto per l’altro viene preso a martellate. Si avverte invece la non coscienza: figli che uccidono gli insegnanti, i genitori, gli amici…e genitori che ammazzano i figli…
Tutto questo disastro coscienziale si configura oggi nell’immagine del soldato israeliano che prende a mazzate la statua di Gesù crocifisso in Libano.
Inutili e blasfeme le scuse, anzi le deprecazioni furbe dei potenti per stare dalla parte apparente del popolo per accattivarsene la benevolenza, riescono meglio a banalizzare e a sminuire le coscienze, compresa quella del 25 aprile.
La politica è ambigua, soprattutto in questa commemorazione storica che ci parla attraverso la forza evocativa di una data.
Fare breccia nelle coscienze sociali vuol dire vivere appieno i principi costituzionali delineati il 25 aprile del 1945 dalle donne che senza paura corsero in piazza coi fiori tra i capelli con in braccio i bambini e dagli uomini che scelsero la libertà a costo della vita.
Gli articoli della Costituzione non si possono ripetere a memoria all’occorrenza, per convenienza, solo per avere un bel voto a scuola…o un voto elettorale in più omettendone il significato.
“Sulla neve bianca bianca
c’è una macchia color vermiglio;
è il sangue, il sangue di mio figlio,
morto per la libertà.
Quando il sole la neve scioglie
un fiore rosso vedi spuntare
o tu che passi, non lo strappare,
è il fiore della libertà.
Quando scesero i partigiani
a liberare le nostre case,
sui monti azzurri mio figlio rimase
a far la guardia alla libertà”
La madre del partigiano, Gianni Rodari
MARIA FRANCESCA MAGNI
