L’affermazione di Trump, che Meloni lo abbia “implorato” per una foto e che lei gli “faccia pena” è un atto deliberato che serve a stabilire una gerarchia pubblica. Trump usa sistematicamente questo tipo di linguaggio per collocare gli altri in una posizione di inferiorità rispetto a sé, è un pattern che ha usato con alleati, avversari, collaboratori. La “pena” in particolare è un’arma sofisticata, perché la condiscendenza è molto più umiliante dell’attacco frontale. Significa, di fatto: tu non sei abbastanza importante per essere un nemico. Meloni, che aveva investito molto nell’immagine di rapporto privilegiato con Trump, è diventata in questo momento una variabile meno utile nei calcoli americani.
La replica di Meloni “Io non imploro nessuno” è una reazione di dignità minima, che però pare svelare altro. Nella politica internazionale, i leader non dovrebbero mai trovarsi nella posizione di dover smentire pubblicamente un’umiliazione. Il fatto che ci sia stata, e sia costata uno sforzo comunicativo, dimostra che il colpo ha centrato il bersaglio.
Il rapporto Meloni-Trump è sempre stato fondamentalmente asimmetrico, anche quando veniva presentato come una partnership tra leader sovranisti affini. Meloni ha bisogno di Trump più di quanto Trump abbia bisogno di Meloni, l’Italia non è un attore geopolitico di primo piano nelle priorità americane, e il valore di Meloni per Trump è stato essenzialmente quello di essere un’alleata presentabile in Europa. Una pedina, insomma.
Questa asimmetria è il vero nodo della questione. Nei rapporti tra potenze diseguali, il più forte può permettersi l’umiliazione pubblica dell’altro senza conseguenze; il più debole non può permettersi nemmeno una risposta troppo accesa senza rischiare di deteriorare un rapporto che ha comunque bisogno di mantenere funzionante.
Ma c’è dell’altro. Il corpo non mente quasi mai
La lettura del linguaggio non verbale ci dice alcune cose piuttosto evidenti. Guardate le immagini degli incontri tra i due, ma in particolare del loro ultimo incontro. Guardate le movenze e il viso di lei, il suo sorriso. È il sorriso del capriccio infantile che cerca la pace con la figura paterna. E questo ha un nome preciso nella psicologia delle relazioni asimmetriche, è il comportamento di “appeasement”, la risposta adattiva che si sviluppa quando una persona si trova in posizione di sudditanza, e nelle sue forme più marcate tende effettivamente a richiamare schemi relazionali molto primari, pre-adulti.
I segnali che lo compongono sono riconoscibili, il sorriso leggermente esagerato, la testa inclinata, il corpo orientato verso l’altro in modo da contenere una sfumatura di offerta: guarda, non sono una minaccia, sono dalla tua parte. È il sorriso di chi cerca approvazione.
E in un contesto di potere tra capi di Stato, questa asimmetria corporea è già di per sé una dichiarazione politica involontaria.
C’è un’ulteriore ironia politica in tutto questo. Meloni ha costruito buona parte della sua identità pubblica sull’immagine della donna forte, della leader che non si piega. “Io sono Giorgia” . Questa immagine, che ha funzionato in Italia, entra in cortocircuito visibile nel momento in cui il corpo racconta un’altra storia davanti al presidente americano.
E il cortocircuito è tanto più stridente quanto più è involontario. Non è che Meloni sceglie di apparire così, è che la relazione con Trump attiva qualcosa che scavalca la costruzione consapevole dell’immagine.
In conclusione, il fatto che il presidente americano abbia scelto di usare la parola “implora”, così deliberatamente umiliante, suggerisce che anche lui, a modo suo, legge la stessa dinamica.
E ha deciso di nominarla pubblicamente.
È un gesto di potere efferato, quasi rituale, nella manifestazione scellerata del carnefice narcisista.
Di cui però la stessa vittima è stata, fino a oggi, pienamente complice.
FRANCESCO CAROFIGLIO (da Facebook)
