…amici.
Di Francesco Guccini,il poeta-scrittore, l’intellettuale-insegnante, se ne è parlato tanto in questi giorni di cordoglio, anche la nostra Comunità Montana ha espresso un tenero ricordo per la vita di questo umanissimo cantautore vissuta coi piccoli per sognare in grande.
Francesco e Cencio, due amici, due chiacchiere d’estate in riva al tramonto a parlare di politica, a guardare le ragazze che fanno battere il cuore, e poi in disparte, nella balera con la musica di Casadei, a bere un quartino di rosso e gazzosa…
Sono sicura che le sue scarpe non si aspettavano di camminare tanto…è stato un amante fedele della zingara con le labbra rosse: la vita che incanta, persuade, allude, illude, lotta per danzare.
Innamorato romantico della vita, Guccini ha vissuto parlando del circo dove abita la vita.
Lui così grosso, un gigante, era amico di Cencio, un nano. Insieme mangiavano focacce e marmellata di fragole, discutevano di guerra e di pace, di fascisti e antifascisti, scrollandosi un po’ di dolore dagli occhi, dal petto, dalle spalle, come fanno i cani quando si scrollano la pioggia di dosso: il padre di Guccini fu internato perché dissidente politico…e lui era un bimbo di 5 anni…
Ma anche gli amici girovagano negli spazi del circo per trovare un posticino per ballare da soli con la zingara: chi vola sul trapezio, chi diventa un pagliaccio, chi sposta le gabbie…e così un bel giorno Francesco e Cencio si sono stretti l’anima senza salutarsi, non c’era bisogno, e all’appuntamento crepuscolare non ci sono più andati, non si sono più rivisti, ma entrambi sigillarono dentro la memoria un pezzo dell’altro, tenendosi compagnia fino alla fine…
“Ci sarà forse ancora, appesa in qualche angolo
o a macchiare di ricordi un muro dell’Associazione Bocciofila Modenese,
fra mucchi di coppe e trofei vinti in tornei ogni volta ‘del secolo’,
glorie oscure di eroi dell’a punto, del volo, delle bocciate secche e tese
quella foto sul pallaio, presa una sera di quasi estate
con me e Cencio vicini, fintamente assorti a guardare il punto,
perché l’umorismo popolare volle immortalare assieme a me, il Gigante,
e Cencio il Nano, viso già d’uomo serio, compreso, quasi compunto…
Non so come sia capitato in mezzo a noi, confuso branco adolescente di un periodo
oscuro
di amori e di domande che gonfiano la testa e i fianchi a ondate sofferte ma cercate
e poi quei raspare fra sottovesti in nailon, rubando al buio quel po’ di rubabile,
scoprire e essere scoperti, coraggiosi ed incerti e dopo,
in branco, raccontarsi e tutti a turno ad ascoltarsi, ma lui…
Eh, lui non aveva un amore da dire, no, lui non aveva una storia,
…………
Eppure usava lo stesso barbaro gergo e gli stessi jeans consumati
e amava gli stessi film di bossoli e marines lungo i mari giapponesi,
parlava di rock e fumetti,e non perdeva i cartoni animati
e come noi guardava esplodere il mondo con gli stessi occhi attenti, spauriti, sorpresi…
Ma cosa pensava lontano da noi, cosa sognava quand’era da solo?
………….
Forse sognava anche troppo e davvero, certo in quel branco si sentiva perso.
Dove scappare per sentirsi vero? Dove fuggire per non essere diverso?
E sognò il circo, realtà capovolta, mondo di uguali perché tutti strani,
la nostra solita realtà stravolta, quell’Eden senza giganti o nani,
…………..
Ma il tempo più ottuso di noi incalza per tutti, sia per i giganti che i nani:
chi immaginava allora che ognuno sarebbe finito in un proprio circo personale?
Vincenti o perdenti non importa, ma quasi mai secondo i propri piani,
con la faccia tinta, sul trapezio, fra i leoni, solo attenti a non farsi troppo male.
Qualcuno mi ha detto che vivi in provincia, con una ballerina bulgara o rumena;
chissà se hai poi trovato di dentro la tua vera altezza?
Addio amico venuto dal passato per un momento appena,
addio giorni andati in un soffio, amici mai più incontrati; s’ciao, giovinezza…”
Francesco Guccini, Cencio, testo pubblicato nell’album ‘Quello che non…’ del 1990
…s’ciao, Francesco.
MARIA FRANCESCA MAGNI
