“Francesco, il primo italiano”:è il libro di Aldo Cazzullo, editore HarperCollins.
“Mi sembrava troppo amaro vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro, e con loro usai misericordia. Quando me ne allontanai, quello che mi sembrava amaro subito mi si mutò in dolcezza di anima e di corpo. E poi stetti poco, e uscii dal mondo”. Comincia così la storia di San Francesco, patrono d’Italia, narrata dall’autore.
Francesco ha scritto la prima poesia in italiano ‘Il Cantico delle creature’ in dialetto umbro tra il 1224 e il 1226 per glorificare l’armonia degli elementi della natura come manifestazione della bellezza di Dio, ha inventato il presepio natalizio, ha donato tutto sè stesso ai poveri e ai malati, si è nutrito di preghiera illuminandosi di gioia per essere in grado di donare luce e speranza ai bisognosi.
La forza del suo credo non ha mai traballato, nemmeno quando il padre, umiliandolo, lo bastonò nella pubblica piazza maledicendolo.
“…nella sua santità c’era una vena di follia. E non soltanto perché parlava con le piante e gli animali (e aveva una particolare venerazione per gli uccelli e gli agnellini). Ma perché rifiutava i vestiti, il cibo, un letto…non aveva alcuna ambizione se non quella di servire. E confondeva i ricchi mettendo loro in mano monete d’oro…”.
Il tempo di San Francesco fu connotato dalla fine dell’economia chiusa di corte, agricola e artigianale, e dall’inizio del commercio su larga scala, che andava oltre i confini delle città murate. I pochi mercanti viaggiatori accumulavano enormi ricchezze a discapito dei privilegi della nobiltà. Invece per i poveri, o servi, la condizione rimase immutata dal tempo dei tempi: bastone o forca, sottomissione e miseria. Non esisteva una retribuzione per chi di fatto svolgeva il lavoro, ma solo la promessa di qualche ghello ad opera compiuta sottoposta ai capricci del messere. L’unica forma di redistribuzione della ricchezza era la carità.
In questo contesto Francesco, un giovane ricco della borghesia nascente scoprì il Vangelo. La grandiosità del messaggio evangelico lo portò lontano dal mondo che si consuma, come l’attaccamento becero al potere che prima o poi se ne va, o come il credere che la propria vita sia eterna…
Il Santo andò oltre l’umana comprensione delle cose.
Nel 1221, si legge nel libro, il cardinale Ugolino si presentò davanti ai frati di Francesco per invitarli a scegliere una Regola, un sistema di norme in grado non solo di disciplinare la vita dei francescani, ma di definire il loro ruolo nella Chiesa e nel mondo. Non si trattava più di far convivere in gioia e povertà un gruppo di uomini, ma di fondare una comunità destinata a diffondersi ovunque. Francesco non era d’accordo: “ …Dio mi ha chiamato a percorrere la via della semplicità e me l’ha mostrata. Non voglio quindi che nominiate altre regole…”. Francesco voleva vivere secondo il Vangelo, non secondo le norme degli uomini. Ma l’insistenza fu tale che alla fine scrisse una Regola, talmente dura che non venne accettata dai frati, soprattutto da quelli colti, e tanto meno bollata dal Papa. Francesco allora tentò più volte di riscrivere le norme dell’Ordine, sempre respinte.
In pratica attorno al Santo si stava combattendo una battaglia di potere…
Finalmente nel 1223 un compromesso venne trovato, e Papa Onorio III approvò la regola di San Francesco e la vita dei francescani fu meno rigorosa…
Nella Regola francescana bollata scompaiono molti doveri dei frati, come curare i lebbrosi, lavarsi i piedi l’un l’altro, il diritto di disobbedire ai superiori indegni del compito…il divieto di essere tristi: “si guardino i fratelli dal mostrarsi tristi all’esterno e ipocritamente rannuvolati, ma si mostrino lieti nel Signore, ilari e convenientemente gradevoli. Debbono essere felici quando si trovano tra gente dappoco e tenuta in nessun conto, tra i poveri e i deboli, gli infermi, i lebbrosi e i mendicanti della vita”…
Cazzullo cita Tommaso da Celano: “Francesco chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fattosi piccolo infante, aveva succhiato a un seno umano”. Fu così che Francesco il 24 dicembre 1225 scelse Greccio, un paese arroccato tra le rocce degli Appennini, appeso ai boschi per non cadere nelle gole, per rivivere la nascita del Bimbo di Betlemme inserendo il bue e l’asino, presenti solo nei vangeli apocrifi, perché amava gli animali.
Quella notte arrivarono donne e uomini portando fiaccole per illuminare l’oscurità…i frati cantavano…i semplici si unirono al coro…
San Francesco inventando il presepe per diffondere gioia e dolcezza, speranza e benevolenza, inventò una tradizione cristiana che richiamerà ogni anno i cuori delle genti fino alla fine dei tempi.
L’episodio del lupo ammansito da Francesco rivela l’intento del Santo di testimoniare l’amore per il Creato e il rispetto per gli animali e la natura, ma per l’autore c’è un altro aneddoto da ricordare:
“un giorno alla Porziuncola…Francesco vede una cicala sul ramo di un fico. Stende la mano dicendole: ‘vieni, sorella cicala’ e subito lei scende sulle dita della sua mano. Francesco comincia ad accarezzarla…’canta sorella cicala’, e la cicala senza farsi pregare canta per un’ora intera. Poi Francesco pone la cicala sul ramo…”. Per 8 giorni la cicala canta per Francesco e i frati, ma il Santo frate si accorge che è arrivato il momento di lasciarla andare e dice ai frati compagni: “Congediamo sorella cicala. Vada dove vuole, chè ci ha rallegrati abbastanza. La nostra carne potrebbe trarne vanagloria”. La cicala obbedisce e non torna più.
I frati restano sbalorditi davanti a tale obbedienza, e noi che in fondo in fondo abbiamo sempre tifato per la cicala più che per la formica?
MARIA FRANCESCA MAGNI
