PerdutaMENTE – un film di Paolo Ruffini e Ivana Di Biase
Un viaggio intenso e toccante attraverso l’Italia per dare voce a chi convive con ilmorbo di Alzheimer,tra emozioni, difficoltà e amore.
Il documentario, uscito per la Rai nel 2021 e proiettato domenica pomeriggio a Pasturo tratta del morbo di Alzheimer attraverso i racconti e le emozioni di chi vive lamalattiain prima persona e dei suoi familiari.
Paolo Ruffinivuole indagare il tema dell’Alzheimer. Le ripercussioni della malattia colpiscono non solo chi ne è affetto, ma anche lefamiglieche possono andare in pezzi sotto il peso del carico emotivo. In Italia ne soffre circaun milione di personee di riflesso sono quasitre milionigli individui coinvolti nell’assistenza dei propri familiari. Nella fase iniziale il paziente entra in una fase di depressione accorgendosi che qualcosa non va, poi ladepressionesi estende spesso ai familiari.
Da un semplice post suInstagramin cui chiede alle persone di segnalare le loro esperienze personali, inizia per Ruffini un viaggio per l’Italia che lo porta a conoscere persone che hanno perso i propri cari o che li stanno accudendo durante il percorso della malattia.
La prima tappa è aBiella, dove incontraFranco,che gli racconta la storia di sua moglie Teresa: “L’Alzheimer è lasublimazione dell’amoreperché quando si pensa all’amore, si ha l’idea di amare ed essere amati, in questo caso si ama e non si riceve un input indietro”. Il viaggio prosegue in varie città italiane, da Taranto a Livorno, dalla Val d’Aosta al Trentino, ma Ruffini tiene un rapporto epistolare con Franco che proseguirà per tutto il documentario raccontandogli tutte le altre storie.
Una delle ultime tappe è aRoma, per incontrareLino Banfi,“nonno d’Italia”, che da anni si prende cura di sua moglie Lucia.
A tutte le persone che incontra, Ruffini regala undiapasonperché “l’amore è la colonna sonora che la nostra vita non riesce a comporre senza di noi. È come se l’Alzheimer volesse interrompere quella musica ma noi non glielo permettiamo del tutto. Non si perde l’intonazione con l’amore, c’è bisogno di ritrovare la propria nota con la vita”.
Dopo la proiezione, il Dr.Alberto Longhi– psicologo psicoterapeuta ed esperto in patologie dementigene – ha iniziato una riflessione sul film, approfondendo il funzionamento della demenza e fornendo indicazioni utili per una gestione consapevole.
Longhi ha descritto l’evoluzione della malattia, a cui purtroppo non c’è alcun rimedio medico: dalla perdita del significato delle parole, la malattia degenerativa del cervello spegne una a una, poco a poco, lecellule cerebrali,fino a far diventare una persona “un involucro vuoto”, come è stato descritto nel film.
La persona c’è ancora ma in realtà non c’è più, è come se fosse diventata una estranea, non si rapporta più con figli, genitori, mariti e mogli.
Ed è qui che nasce lostraziomaggiore, nelle persone più vicine affettivamente, a cui viene provocato unostress quotidiano a volte veramente difficile da gestire.
La salute del “caregiver” (la persona che si dedica spesso con tutto il suo affetto alla persona ammalata) è quindi spesso colpita nella sua salute e nella sua interiorità.
Prendersi cura di un malato di Alzheimer è allora davvero una grande prova d’amore, ci dice il regista, la più grande concepibile, di cui il diapason, che trasmette vibrazioni profonde , per Ruffini è un simbolo.



