Perché è un reddito da lavoro povero, cioè una retribuzione bassa, eccetto per alcune categorie di lavoratori e politici, cresce in termini nominali ogni anno meno del tasso di inflazione. E in termini reali i salari italiani calano, data l’inerzia delle retribuzioni fissate dai CCNL, Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro. L’inflazione a questo punto ‘l’ha fa da padrona’ e ciò comporta un taglio delle retribuzioni reali.
Secondo le ultime statistiche Istat ed Eurostat: 1 lavoratore italiano su 10 è a rischio di povertà, in aumento è la povertà per i lavoratori autonomi, e il 9% dei lavoratori è povero.
L’ultimo rapporto Eurostat mostra una tendenza preoccupante in crescita del rischio italiano di povertà il cui allarme proviene dal lontano 2005. Nemmeno il contestato ‘reddito di cittadinanza’ ha rallentato l’ascesa della povertà.
Durante la pandemia il numero dei poveri italiani è esploso, tuttavia al termine dell’allarme virus il numero dei poveri non è sceso.
E una remunerazione bassa comporta un basso versamento di contributi Inps, che a sua volta produce pensioni da fame. Quindi chi gode di pensioni spropositate oltre i 10mila euro al mese fino a oltre 50mila euro, non è perché ha studiato di più o lavorato di più, è stato più fortunato. E finché non si comprende questa logica i poveri diventeranno sempre più poveri, attenzionati solo per ricevere consensi elettorali e mandare avanti il sistema.
Oggi l’Italia si classifica con più del 26% dei cittadini in condizioni di povertà: quasi 6 milioni di italiani sono in uno stato di povertà assoluta e 1,5milioni di bambini italiani vivono in questa condizione; e in condizioni di povertà relativa vertono quasi 9milioni di italiani, in lieve crescita rispetto all’anno scorso.
Storicamente la povertà riguardava il Sud d’Italia, che rimane ancora una delle zone più vulnerabili in Europa, ma gli ultimi dati indicano che la povertà si sta diffondendo anche al Nord d’Italia, soprattutto in Lombardia.
25 Regioni europee contano almeno un terzo della popolazione a rischio di povertà concentrate nello specifico, si legge nel rapporto, in Grecia, Bulgaria, Spagna e Italia.
Non serve a nulla diminuire le spese pubbliche con tagli consistenti a destra e a manca e cercare di guadagnare uno zero, zero virgola di PIL se non c’è un progetto economico solido industriale e produttivo con investimenti adeguati e pertinenti, non si risolve il problema ‘cassa’ con propagande di balzelli assurdi come i dazi che strozzano le imprese e il libero mercato e pensare di licenziare ‘il superfluo’ credendo viceversa di essere i soli ad avere le carte per decidere…non è così che funziona in economia. E infine far ricadere la colpa delle ‘cose che non vanno’ sulle paghe dei lavoratori, considerati troppo noiosi, troppo pretenziosi, troppo costosi… a cui viene detto: impegnatevi a fare quello che dovete invece di lagnarvi e perdere tempo…Ma i politici si sono mai domandati qualche volta da dove arrivano i loro agi?
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e Papa Leone XIV, durante la Giornata internazionale per l’eradicazione della povertà, riflettendo sui dati e sui poveri hanno messo in evidenza lo squilibrio economico e la disuguaglianza crescente nella popolazione in Italia e nel mondo.
Parole inascoltate in questa era che dai megafoni urla: è tutto meraviglioso, splendide persone guidano gli Stati, chi è povero è perché non è bravo come me…
Credo che Adam Smith e tutti gli economisti liberali si stiano rivoltando nella tomba, il loro primo insegnamento è stato il rispetto per il fattore lavoro: manuale o intellettuale compresa la capacità imprenditoriale, a partire da chi pulisce i bagni in autostrada fino ad arrivare al grande regista che per davvero si assume la responsabilità del fare bene e del bene.
MARIA FRANCESCA MAGNI
