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Sant’Antonio, e il racconto dei Maglia di Esino a cura di Valerio Ricciardelli a Parlasco

Il 17 gennaio 2026, il Presidente dell’Associazione Culturale Quaderni di Storia Esinese ing. Valerio Ricciardelli di Esino Lario, nella sala convegno ‘La Vecchia Latteria’ di Parlasco ha raccontato le vicissitudini della famiglia Maglia di Esino Superiore. La famiglia di Nicolao Maglia, originaria di Sordevolo (Biella), attorno alla metà del 1500 giunse nelle terre lariane in cerca di fortuna e i discendenti si sparsero in Val d’Intelvi, Valsassina e Val d’Esino. Nello specifico 2 figli si insediarono a Esino Superiore e altri 2 a Gittana. Alla fine del Seicento però Arsilio Maglia migrò da Esino e scese a Prato Solaro di Parlasco.

Le tracce di vita intersecate dei ‘Maglia delle tre Valli’ trovarono un punto d’incontro a Prato Solaro e nella persona di Arsilio Fondra di Taceno, considerato una congiunzione di tanti interessi che legavano le linee femminili e maschili dei Maglia con la realtà conterranea. I personaggi e le tragedie di questa famiglia emergono dagli atti notarili depositati nell’Archivio di Stato esaminati con pazienza da Ricciardelli che, con magnanimità, ha ascoltato anche la testimonianza della gente esinese in merito ai preti spretati dalle dicerie del paese riguardo ai fratelli don Clemente e don Tranquillino Fondra di Taceno, rispettivamente coadiutore e parroco di Esino, entrambi cacciatori e allegri curati, guide alpine di Papa Ratti in Grigna, devoti fedeli e praticanti di ligie liturgie alle processioni, che scapparono rocambolescamente dal Paese di fronte alla disobbedienza della Banda dell’ordine di non suonare al Corpus Domini…Tra le carte emerge anche la nascita di una bimba illegittima della serva del ‘padrone’ (Antonio Fondra) chiamata Maria Ferrari e portata al befotrofio di Como dalla levatrice Maddalena Maglia.

I Maglia a Esino vennero soprannominati ‘Biel’ e a quei tempi piazza Caprera era per tutti piazza Biel.

I Maglia erano mastri, e maestri nella costruzione dei tetti, soprattutto di edifici importanti come il santuario di Oropa e la chiesa di San Carlo ad Arona, più vicino costruirono il campanile di Taceno.

I Maglia si innamorarono dei minuscoli praticelli incastonati tra le faggete e i costoni delle nostre rudi montagne dove, piccoli borghi aggrappati alle spelonche diedero a questa famiglia la possibilità di vivere allevando capre e, giusto giusto dissodando qualche campetto ai margini del bosco, coltivare tartifoi, oltre a praticare il mestiere di muratore.

Memorie dissolte nei tempi portate alla luce con profonda dedizione da Valerio Ricciardelli attraverso la disamina di decine di migliaia di documenti ha un significato: “portare in superficie i documenti antichi è importante per capire la quotidianità contemporanea, spesso nulla è casuale e il presente è l’esito di tante altre storie, è una derivazione delle scelte passate di persone che avevano chiaro una cosa: il bene di tutti è far funzionare le cose con la responsabilità corale della comunità. Bisogna rispolverare i volumi della storia per comprendere il valore del passato”, precisa lo storico.

Ricciardelli snocciola un’altra perla della lunga collana di aneddoti e curiosità: il 18 agosto del 2019 l’Arcivescovo Delpini giunse in visita a Parlasco celebrando la Messa prima di andare a Prato San Pietro. Esattamente 437 anni prima nello stesso giorno il 18 agosto 1582 San Carlo Borromeo si recò in visita pastorale a Parlasco. Lo studioso per l’occasione chiese alla Banda San Vittore di Esino di essere presente a Parlasco con le trombe lucide pronte a suonare in onore di Delpini. Sicuramente questa coincidenza è una ricorrenza storica importante da non dimenticare.

Ogni anno il 17 gennaio i Paesi delle montagne lecchesi festeggiano Sant’Antonio Abate, il santo eremita egiziano che camminava nel deserto con un maialino al fianco al cui collo pendeva un campanello nel tentativo di scacciare il diavolo e dialogare con Dio. Nonostante la bontà del tentativo, Antonio veniva scottato continuamente dal diavolo col fuoco dell’inferno, forse per questo ancora oggi quando la pelle brucia si dice ‘è il fuoco di sant’Antonio’…

Narra una leggenda curiosa: Antonio nacque il 12 gennaio 251 a Qumans e morì nel deserto della Tebaide il 17 gennaio 356 a ben 105 anni, nonostante vivesse in buchi tra le rocce e si nutrisse di radici, qualche volta riceveva la carità del prossimo che saltuariamente di là passava e gli parlava delle pene dello spirito, definite pene dell’inferno, che non davano pace né di giorno né di notte…

Pare che Antonio sia stato il primo santo che volle recarsi all’inferno di nascosto per salvare i dannati dalle grinfie del diavolo, ma una voragine di fuoco e di grida strazianti lo investì lacerandogli il corpo e l’anima…

Sant’Antonio è ricordato da Atanasio, vescovo di Alessandria, come il protettore degli animali perché Antonio l’anacoreta, colui che fondò il monachesimo cristiano e fu il primo abate o abbà, li amava: fin da piccolo trascorse la sua infanzia nell’aia rurale di casa a rincorrere conigli e galline e ad accudire gli animali della stalla. I suoi genitori erano agiati contadini cristiani. Rimasto orfano, Antonio sentì il desiderio di seguire l’esortazione evangelica: “…vendi quello che possiedi e dallo ai poveri…” così distribuì il patrimonio familiare ai miseri e si ritirò nel deserto a cercare la grazia di Dio…vivendo di preghiera, povertà e castità…lottando contro tentazioni diaboliche fortissime…

Sant’Antonio Abate è uno dei 4 Padri della Chiesa d’Oriente che portano il titolo di ‘Grande’, insieme a Basilio, Fozio e lo stesso Atanasio.

A Esino Lario per ‘Sent Antoni’ si preparano gli scapinascc, ravioloni conditi con burro, salvia e tanto formajel. E’ festa ‘comandata’ il 17 gennaio a Esino Superiore, bambini e grandi i ‘tire tardi sot al stel dol ciel’ e i fuochi d’artificio che piovono colore nelle viuzze. Nelle ‘cusinasce’ del centro antico il minestrone acchiappa i nasi e sulle tavole alla buona scodelle fumanti pizzicano il freddo e scaldano le mani.

Il pittoresco borgo affrescato con le gesta del conte-bandito Lasco di Parlasco, che ha ospitato questo evento culturale di narrazione locale sui Maglia davvero mirabile di Ricciardelli, è impreziosito dalla chiesa dedicata a Sant’Antonio Abate. La chiesina si eleva solitaria sulla rupe erbosa e, sbiancata dalla luna, sembra un faro che guida i cuori dei pellegrini che si avventurano nelle nostre valli serpentine verso il lago.

Ricordo la signora Caterina Maglia di Parlasco, molto devota a Sant’Antonio, che ripeteva alla mia mamma che suo padre era un discendente dei Maglia di Esino Lario arrivati da lontano…

Straccetti di memoria che si uniscono per comporre il puzzle dell’andare e venire di tanta gente che ha sofferto, lavorato, gloriato la vita agreste tra le Grigne, il Legnone e il Pizzo, rastrellando il fieno dal profumo unico dei piccoli alpeggi in fiore.

La chiesa di Parlasco ha origini antichissime, nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani del XII secolo si fa menzione di una chiesa edificata proprio dove si trova l’attuale, probabilmente restaurata negli anni. Infatti l’Arcivescovo Carlo Borromeo nel 1566, in visita pastorale, scrisse che la chiesa risultava restaurata.

MARIA FRANCESCA MAGNI

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