Oltre gli schemi ideologici: la trappola del voto utile e la politica della concretezza

Il primo nodo critico della politica attuale risiede nella trasformazione del rappresentante pubblico in un professionista della sedia, una dinamica che si osserva tanto tra i banchi di Montecitorio quanto all’interno dei consigli comunali. Questo fenomeno si autoalimenta attraverso una profonda diseguaglianza di partenza: la raccolta del consenso non si basa più sulla qualità delle idee o sulla lungimiranza dei programmi, ma sulla potenza delle strutture organizzative e sulla disponibilità di capitali finanziari.

Più fondi e macchine elettorali si possiedono, più voti si riescono a intercettare. Si crea così una barriera d’ingresso insormontabile per le energie fresche, civiche e genuine, riducendo la competizione democratica a una questione di budget.

Questa asimmetria economico-strutturale condiziona inevitabilmente la psicologia dell’elettorato. La stragrande maggioranza dei cittadini che si reca ancora alle urne finisce per cadere nella trappola del cosiddetto “voto utile”, orientandosi verso i grandi partiti strutturati solo per il timore di disperdere la propria preferenza.

Si assiste così a un ciclo elettorale profondamente opportunistico:

• In campagna elettorale: I grandi partiti, schiavi dei sondaggi, si trasformano temporaneamente nello “zerbino” dell’elettore, assecondandone ogni richiesta.

• Dopo il voto: Una volta ottenuta l’elezione e blindata la poltrona, il legame con la base si spezza. Le promesse elettorali – spesso irrealizzabili fin dal principio – vengono sistematicamente accantonate per dare priorità alla difesa delle posizioni di potere conquistate.

Al contrario, il voto espresso verso leliste civicheo le forze minori viene etichettato come “non utile”, sebbene sia proprio in queste realtà territoriali che risiede la reale volontà di un cambiamento profondo. Questo meccanismo soffoca sul nascere ogni alternativa, escludendo dal dibattito istituzionale chi vorrebbe davvero scardinare le logiche del sistema.

In questo scenario, la tradizionale divisione tra destra e sinistra perde qualsiasi logica di esistere. Essa sopravvive artificialmente come uno strumento di distrazione di massa, mantenuto in vita perché funzionale a polarizzare il dibattito e a preservare i privilegi di pochi a discapito della collettività.

La realtà quotidiana dimostra che i bisogni primari delle persone sono intrinsecamente neutrali:

• Un tombino da riparare, una strada da asfaltare, una scuola sicura o un ospedale funzionante non hanno colore politico.

• L’educazione di un bambino, un’assistenza sociale adeguata e una pensione dignitosa sono questioni di pura efficienza amministrativa e dignità umana, non bandiere ideologiche da sventolare.

L’Italia potrà cambiare solo quando l’elettorato riuscirà a compiere un salto culturale, liberandosi finalmente dai vecchi schemi ideologici del Novecento. Il futuro della governance deve necessariamente poggiare su tre pilastri fondamentali:

1.Concretezza: Risposte pratiche a problemi reali, misurabili sui risultati e non sugli slogan.

2. Meritocrazia: Competenze messe al servizio della macchina pubblica, superando le logiche del clientelismo e della fedeltà di partito.

3. Buon senso: L’adozione di scelte logiche e giuste per la comunità, libere da condizionamenti d’interesse.

Anche se questo orizzonte può apparire lontano e difficile da raggiungere nell’immediato, la maturazione di questa consapevolezza culturale rappresenta l’unico percorso possibile per restituire la politica al suo ruolo originario: il perseguimento del bene comune.

Ezio Venturini 

Patto per il Nord 

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