Cinquant’anni fa la Valsassinaaveva un monopolio naturale. Bastava l’aria buona, il verde dei prati e una passeggiata a sanare il logorio della vita moderna milanese. Era il regno della “climatizzazione naturale” e dell’evasione a basso costo, a portata di autovettura o di autobus.

​Oggi quel modello è polvere. Con venti euro e un paio d’ore di volo Ryanair si atterra alle Baleari, mentre con poche decine di euro in più si prenota una stanza con aria condizionata e piscina in qualsiasi angolo d’Europa. Il mondo si è rimpicciolito, la concorrenza è diventata globale e la montagna di prossimità ha perso la sua rendita di posizione.

​Il vero dramma è che le aspettative di chi viaggia sono cambiate radicalmente:

  • ​L’anziano di ogginon si accontenta più della panchina al fresco: cerca accessibilità impeccabile, trasporti integrati, servizi sociosanitari efficienti e un’offerta culturale stimolante.
  • ​Il ventenne di ogginon punta alla “colazione al sacco”: cerca l’esperienza adrenalinica, la movida da condividere, il paesaggio iconico da postare su TikTok, la sensazione di stare al centro di qualcosa di vivo.

​Di fronte a questa rivoluzione, cosa fa la valle? Troppo spesso si limita a un po’ di manutenzione ordinaria, a ridipingere le staccionate e a piantare qualche cartello di legno nuovo. Ma la domanda da porsi è spietata: bastano i palliativi per evitare che la Valsassina diventi un dormitorio feriale e un deserto nei mesi freddi?

​C’è un elefante nella stanza che tutti vedono ma di cui pochi parlano apertamente: la frammentazione.

​La valle è divisa in un puzzle di piccoli Comuni — Barzio, Pasturo, Introbio, Cremeno, Cassina e così via. Ognuno con il proprio bilancio, il proprio calendarietto di eventi estivi, la propria pro loco e la propria visione del territorio. Ma un turista che arriva da Milano, da Berlino o da Tokio, non percepisce i confini municipali. Non gli interessa sapere dove finisce un paese e dove ne inizia un altro. Per lui la Valsassina è un’unica entità.

​Continuare a muoversi a ordine sparso, viaggiare a velocità differenti e farsi una strisciante concorrenza di campanile è davvero sostenibile nell’era del turismo digitale? O è proprio questo il cancro invisibile che blocca ogni vera spinta innovativa?

​Se le ricette del passato non funzionano più e i vecchi schemi amministrativi mostrano la corda, la domanda cruciale non èsele cose cambieranno, macomedecideremo di farle cambiare.

​Continuare a gestire il territorio con gli strumenti di trent’anni fa significa rassegnarsi a un lento e inesorabile declino. Per evitare che la Valsassina si spenga, servirà prima o poi il coraggio di unasoluzione di rottura. Servirà ripensare dalle fondamenta chi deve gestire il prodotto territorio, con quali strumenti e con quale visione d’insieme.

​La sfida è lanciata: la Valsassina ha ancora le carte in regola per tornare a essere protagonista o è destinata a rimanere un ricordo nostalgico per le prossime generazioni? E soprattutto: da dove si deve ripartire per ribaltare davvero il tavolo?

Ezio Venturini

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