Kalokagathia, bellezza e bontà
La formazione informale dei giovani nell’antica Grecia partiva da una morale di base che fondeva insieme la bellezza esteriore con la bellezza del cuore, in pratica mirava alla virtù e alla bellezza non solo dell’aspetto fisico, ma al bello sensibile connesso alla bontà.
Fu proprio lì che si inventò la demos-kratos, fu in Grecia che il valore morale dei grandi eroi-semidei toccò il punto più alto del senso dell’onore e della giustizia sociale.
Nonostante la formazione formale fosse prerogativa dei ragazzi agiati, si pensò di istruire anche i poveri affinché potessero diventare cittadini operosi con un mestiere in mano: la gioventù tutta doveva sapere che la societas per esistere aveva bisogno di ogni uomo dotato d’onore, saggio e giusto.
Socrate addirittura considerò la bellezza interiore superiore rispetto a quella esteriore.
E’ pur vero che: “…tutte le qualità buone e belle devono essere tenute in esercizio e la saggezza non meno delle altre” sentenziòPlatone.
Quindi kalokagathia sostiene la complementarietà tra il bello e il buono: ciò che è bello deve essere necessariamente buono e viceversa.
Ecco che allora il ‘principio delbello e del buono’, come sosteneva la scuola pitagorica, regola l’ordinamento del cosmo attraverso leggi matematiche armoniche che noi ammiriamo nella loro magnifica bellezza. E tutto funziona bene.
Ma il mondo umano ideale del bello e del buono non coincide con quello della natura. Allora? Allora il principio perfetto deve spingere gli uomini a imitarlo con un comportamento morale, altrimenti l’amoralità conduce l’uomo alla disumanità.
Ricordo un ragazzo di 16 anni migrato con la famiglia dall’Albaniae giunto a Lecco. Inserito in una scuola superiore, dopo che un compagno ebbe letto gli artt. 2 e 3 della Costituzione, proclamò: “i migranti vanno cacciati, ci impoveriscono, vantano diritti, vogliono la pappa pronta, chiedono continuamente aiuti, sono parassiti non sono uomini, non sono uguali a noi…e poi con rabbia “anche i meridionali non li vogliamo, voi insegnanti siete quasi tutti meridionali…come i Carabinieri e la Polizia…”.
La replica di un altro ragazzo fu: “a questo punto, in questa classe, il primo ad essere cacciato sei tu…”.
“Riflettiamo insieme” intervenne l’insegnante “noi cosa siamo adesso? Possiamo definirci una classe? Ma cosa vuol dire essere la classe 3° A…: un gruppo di persone che occupano uno spazio e che riconoscono ruoli e regole per stare in questa stanza, dove da una parte si trasmettono nozioni e dall’altra di imparano a memoria per un 6 o un 10? Cosa condividiamo, solo l’aria che entra dalla finestra e che ci permette di respirare passivamente di fronte alla barbosa narrazione scritta sui libri? Da dove deve partire il rispetto per il compagno di classe, del prof, e poi dei genitori, delle istituzioni, della comunità…se giudichiamo spregevolmente chi nasce fuori dai confini dello Stato o provenire da altre regioni d’Italia? In definitiva chi siamo?…”.
Oggi, lo studente di un liceo classico italiano dopo aver srotolato uno striscione l’ultimo giorno di scuola con scritto:l’Italia agli italiani!Ha spiegato: “è stato un gesto d’amore spontaneo citando Carducci al momento della festa coi compagni di classe”. Chissà da quanto tempo ribolliva l’iniziativa, tanti ginnasiali hanno applaudito.
Bravo ragazzo! Voglio leggere bontà nella risposta che ha reso alle Istituzioni e non ironico sarcasmo…
Carduccinella poesia ‘Piemonte’ alludeva proprio all’amore fraterno degli italiani per la ‘persona umana’ in un periodo storico di grande desolazione politica in cui la gioventù italiana contava come numero, buono all’occorrenza da impiegare sui fronti per il Re risorgimentale. I versi del poeta furono un incitamento al senso dello Stato per la gioventù che si perdeva migrando all’estero sulle grandi navi o peggio tra i boccali di vino… Il vate tentò di infondere lo spirito d’onore italiano per la Patria rivolto, in veste contemporanea, a chi suda ad assistere disabili, malati e anziani che non vuole nessuno, a chi si forma come te al liceo classico sul ‘principio del bello e del buono’, a chi vive ogni giorno la sua quotidianità tribolata e nonostante ciò lavora per la prosperità e il progresso del Paese, a chi prega e spera con le parole dell’art. 2 della Costituzione:
“la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo (quindi sulla Carta il senso di umanità deve prevalere sulla disumanità in questo nostro pazzo contesto umano che cataloga le persone tra chi è arrivato prima e chi dopo con politiche indolenti e umanamente ingiuste nell’affrontare seriamente il problema con i Paesi delle partenze…principalmente perchè il fiato maleodorante dei trafficanti della finanza e del potere improprio guardano al loro interesse personale e disperdono energie risolutive comunitarie giuste), sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” e dell’art. 3 della Costituzione: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica (non dimenticarlo mai) rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori (nota bene: di tutti i lavoratori) all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Una domanda: quali sono le origini della tua famiglia? Indietro, vai indietro nel tempo…
MARIA FRANCESCA MAGNI
