“Ehi, professore, tu l’hai mai fatto un lavoro vero, cioè, mica insegnare, dico un lavoro vero?

Ma scherzi? E tu insegnare come lo chiami? Guardati intorno e chiediti se ti piacerebbe venire qui tutte le mattine ad affrontare voi. Voi. Insegnare è più difficile che lavorare al porto e ai magazzini”

Frank McCourt, Ehi, prof!

I ragazzi nell’insegnante cercano la sincerità. E quando un insegnante parla ai ragazzi, soprattutto a Quei ragazzi, insofferenti al colloquio e ribelli nello stile, è come se parlasse a se stesso e diventa comprensibile almeno ai più.

E poi l’autore scrive:

“Gli adolescenti non sempre amano essere spediti per mari di incerte congetture; si accontentano di sapere che la capitale dell’Albania è Tirana. Non gli piace quando il professor McCourt domanda: perché Amleto era cattivo con la madre? Va bene passare tutta l’ora a discutere di questo fatto, però sarebbe bello sapere la risposta prima che suoni quella…di campanella. Sì, con McCourt, figurati. Quello fa domande, allude, crea confusione e quando sai che la campanella sta per suonare ti senti nello stomaco l’agitazione: allora, dai, qual è la risposta? Solo che lui continua a dire: secondo voi? Secondo voi? Finché non scocca la fine dell’ora e uno si ritrova ignaro in corridoio”.

Frank McCourtè stato docente per 30 anni nelle scuole pubbliche di New York e si considera un miracolato, sopravvissuto al disastro scolastico vissuto sulla propria pelle: il primo giorno di scuola è stato sul punto di farsi licenziare perché ha mangiato un panino davanti agli studenti, il secondo giorno ha rischiato di essere espulso a calci per aver risposto ironicamente a uno studente che gli aveva chiesto se gli irlandesi uscissero con le ragazze: no, escono con le pecore…

McCourt, di mamma italiana e padre irlandese, timido e introverso, pieno di complessi fisici e relazionali, privo di autostima, dopo aver affrontato tanta fatica negli studi, si ritrova nella Grande Mela a fare l’insegnante a ragazzi che non avevano nessuna intenzione di fare gli studenti.

“A questo punto l’insegnante si fa serio e pone il Grande Quesito: d’altra parte, che cos’è l’istruzione? Cosa si fa in questa scuola? Voi potreste rispondere che volete diplomarvi per andare all’università e prepararvi a una professione. Ma non è tutto qui, cari colleghi studenti.

Io stesso ho dovuto chiedermi che cavolo ci faccio in quest’aula. E sono arrivato a formulare un’equazione alla lavagna: scrivo a sinistra una P maiuscola, a destra una L, poi disegno una freccia che va da sinistra a destra, da PAURA a LIBERTA’.

Non credo che sia possibile raggiungere la libertà assoluta. Ma quello che sto tentando di fare io con voi è mettere la paura alle strette” McCourt.

…rumorosa sistemazione ai banchi. Zaini nuovi gettati come stracci a terra, orecchie d’asino già sulla prima pagina del quaderno, libri scomposti, ostentazioni alla ricerca del consenso dei pari… Ognuno dei 180 ragazzi che ti sono stati assegnati rappresentano la fonte della paura che avvolge la tua mente: ce la farò? Ce la faremo?

Chiedi silenzio. Ridono. Ti alzi e li guardi uno a uno, chiedi che si alzino e con voce calma li accogli: ‘buongiorno e benvenuti a scuola’. Finalmente silenzio, si siedono e ti guardano curiosi, in due occhi grandi però, in fondo alla classe, luccica la sfida.

MARIA FRANCESCA MAGNI

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