Inuno dei numerosi postche fino a oggi ho dedicato al tema dellenuove ciclovie montane, strumento con il quale molte amministrazioni pubbliche poco sensibili ai propri territori e alla loro cura li stannoturistificando, banalizzando e degradando spesso oltre ogni limite lecito, ho rimarcato l’aspetto dellamanutenzionedi queste strade alpestri, quasi sempre mancante tanto nei progetti alla base della loro realizzazione tanto nelle parole e nei propositi degli amministratori che li deliberano.
Chiedevo, al riguardo: visto ilcontestoe lecondizioni ambientaliche lo caratterizzano, nonché ifenomeni meteosempre più estremi causati dalla crisi climatica,
- la manutenzione dei tracciati è stata prevista?
- È stato elaborato un piano manutentivo ordinario dell’opera?
- Chi sistemerà con la necessaria solerzia eventuali danni straordinari, dissesti del fondo, smottamenti, cedimenti dei cigli a valle e delle spalle a monte?
- Sono state accantonate o preventivate risorse adeguate allo scopo?
- E quale ente pubblico deve pensarci?
Bene (si fa per dire): le foto postate su Facebook daGiovanni Sanelli(le vedete qui sotto) testimonianolo stato di una nuova ciclovia realizzata di recente sui monti della Valsassina, in provincia di Lecco, dopo i nubifragi che hanno caratterizzato qui come altrove la seconda metà di agosto. Ciclovie per la cui realizzazionevengono spesi milioni di Euro di soldi pubblici.
Converrete chenon servacommentare oltre.
Però una cosa la aggiungerei. Questiinutili disastriimposti alle nostre montagne, per infrastrutture ludico-ricreative che alimentano un turismoinvasivo e banalizzantesenza apportare nessun vantaggio ai territori e alle loro comunità,non possono restare senza dei soggetti ai quali imputarne le inesorabili responsabilità. E non tanto (o non solo) per la qualità realizzativa dei lavori eseguiti e per l’assenza di qualsiasi previsione manutentiva, ma innanzi tuttoper il danno ambientale, paesaggistico e culturale cagionato ai territori coinvolti. Perché la questione non è che «col clima di oggi vengono certe bombe d’acqua imprevedibili!», non è che i disastri a tali opere in quota sono frutto di mere fatalità, ma che spesso, se nonsempreo quasi,opere del genere semplicemente non ci devono essere lì dove sono state realizzate, la loro presenza è assurda, scriteriata, priva di senso del contesto, carente di cura per i luoghi e la loro tutela nonché per la cultura attraverso la quale vanno frequentati, e perché legata adinamiche e interessi che non c’entrano nullacon la «valorizzazione» dei territori e con altre baggianate attraverso le quali molti amministratori le giustificano.
Quegli amministratori che, ribadisco nuovamente per essere ben chiaro,devono assumersi le proprie responsabilità giuridiche, politiche, civiche, morali.E pagarne il legittimo conto, qualsiasi esso sia.
Chi invece vuole essere, o restare, un frequentatoreautenticamente appassionato, sensibile, consapevole, responsabile delle montagne, sia esso un camminatore oppure, in particolar modo, un cicloescursionista,spero capisca sempre di più che opere del generenonvanno utilizzate e, per quanto possibile, devono essere osteggiate, preferibilmenteprimache si aprano i cantieri per la loro esecuzione. La tutela della montagna e del benessere che ci dona nel frequentarla passa anche, forse soprattutto, da questominimo tanto quanto fondamentalebuon senso. E dal fare massa critica, tutti insieme, contro quegli amministratori locali che invece di pensare al bene delle loro montagne pensano a tutt’altro. Onon pensano proprio: evenienza che in numerose località montane appare assai probabile, purtroppo.
E intantonoi paghiamo, prima per realizzare le inutili e impattanti ciclovie, poi per i dissesti causati e i relativi danni.Contenti?
LUCA ROTA




