Il Cappuccino sfida il potere

…prima che arrivasse la lavorazione industriale del ferro, le genti, tanto pagane e poco cristiane messe bene in evidenza nelle macchiette scenografiche dei ‘Promessi Sposi’, in Lecco e nelle sue Valli coltivavano le viti, la canapa, portavano le mandrie al pascolo e producevano il formaggio, molti pescavano agoni, persico e alborelle, mentre barconi carichi di merce viaggiavano sul Lario dalla Valtellina a Milano e viceversa scivolando sull’Adda.

Predoni belligeranti, provenienti dal Nord e da Occidente invasero i Paesi della nostra Comunità Montana in cerca di terre e di gloria, sottomisero i nostri avi, ma mai fino in fondo.

In questo contesto storico Alessandro Manzoni ambientò il suo romanzo: il più famoso di tutti i tempi perché costruito direttamente dalla popolana realtà, a volte codarda spesso coraggiosa.

La festa del 4 ottobre dedicata al patrono d’Italia San Francesco,l’uomo santo più uomo di tutti, induce a rileggere i capitoli IV e VI dei ‘Promessi Sposi’ che riguardano San Cristoforo, il frate di Pescarenico, colui che nella trama accompagnò Lucia sulla riva opposta del lago sulla via per il convento della Monaca di Monza. La chiesetta di Pescarenico, al tempo di frà Cristoforo, era proprio consacrata a San Francesco.

“…Pescarenico (di Lecco), una terricciola, sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare…un venticello d’autunno, staccando da’ rami le foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante dall’albero. A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta ne’ campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza…La scena era lieta; ma ogni figura d’uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero.

Ogni tanto, s’incontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel mestiere, o spinti allora dalla necessità a tender la mano…passavano zitti accanto al padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, benchè non avesser nulla a sperar da lui, giacché un cappuccino non toccava mai moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento, per l’elemosina che avevan ricevuta, o che andavano a cercare al convento. Lo spettacolo de’ lavoratori sparsi ne’ campi, aveva qualcosa d’ancor più doloroso…Questi spettacoli accrescevano, a ogni passo, la mestizia del frate, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore, d’andar a sentire qualche sciagura…” Cap. IV

Frà Cristoforo in gioventù era un cavaliere ricco, di ventura, e come Francesco uno spaccone ozioso, amante della baldoria e delle bevute. Ma Cristoforo era anche ambizioso: voleva diventare nobile, ma venne deriso e umiliato dai giovani nobili che lo chiamavano ‘vile meccanico’.

Il personaggio immaginario presente nel romanzo di Manzoni pare corrispondesse al figlio di un commerciante possidente di enormi fortune e si chiamasse Lodovico.

Un triste giorno, Lodovico, per strada, incrociando un cavaliere rivale che non conosceva di persona, ma che gli impedì il passaggio e lo pugnalò al braccio, riversandogli addosso tutto il suo odio solo perché odiare per i potenti era un diritto, non sopportò l’onta e vendicò la morte del suo servo Cristoforo giunto in suo soccorso uccidendo il nobile prepotente…

Un miscuglio di sangue di vittime e assassini si raggrumò in piazza, davanti agli occhi grandi della povera gente.

Da quel momento la vita di Lodovico cambiò radicalmente, assunse il nome di Cristoforo e divenne frate cappuccino sulle orme di Francesco d’Assisi: predicò l’umiltà, la fraternità, l’amore per il Creato, per deboli e per i poveri.

Sul principio francescano del pentimento delle proprie maldestre e ingiustificate azioni e sul perdono verso chi chiede perdono, frate Cristoforo praticò la novella di frate Francesco. Cristoforo non ebbe mai paura di affrontare l’arroganza e la forza bruta del potere, anche in età avanzata, ormai un’ombra smagrita nel saio logoro, eppure i suoi occhi inquieti neri come l’ebano riuscivano a fulminare l’ingiustizia soverchiata da coloro che si credevano i padroni del mondo…e li guardava, oh se li guardava! Senza abbassare lo sguardo fino a che il potente non chiamava le guardie per cacciarlo…

“…l’uccisore ferito fu quivi condotto o portato dalla folla, quasi fuor di sentimento; e i frati lo ricevettero dalle mani del popolo, che glielo raccomandava, dicendo: ‘è un uomo dabbene che ha freddato un birbone superbo: l’ha fatto per sua difesa: c’è stato tirato per i capelli…”

Lodovico, ristabilito, lasciò tutti i suoi averi alla vedova di Cristoforo e ai suoi 8 figli. Di rinfaccio il parentado del nobile ucciso non versò una lacrima per il defunto, ma mostrò coi denti smanie di vendetta nei confronti del frate colpevole che nel frattempo si era fatto novizio cappuccino destinato a…”.

Prima di partire, Cristoforo chiese il permesso al suo superiore di recarsi dai parenti del nobile ucciso per chiedere scusa al fratello di questi.

Una folla signorile attendeva frà Cristoforo a palazzo gonfia di risentimento e disprezzo.

“…quando vide l’offeso, affrettò il passo, gli si pose inginocchioni ai piedi, incrociò le mani sul petto, e, chinando la testa rasa, disse queste parole: io sono l’omicida di suo fratello. Sa Iddio se vorrei restituirglielo a costo del mio sangue; ma, non potendo altro che farle inefficaci e tarde scuse, la supplico d’accettarle per l’amor di Dio…”.

Frà Cristoforo venne perdonato dal signorotto che ricordò il fratello come un ‘uomo un po’ impetuoso…un po’ vivo…’ e a seguire ottenne affabilità anche da tutti i presenti.

Un altro episodio di ferma determinazione del frate cappuccino contro il sopruso del potere fu l’infausto confronto con don Rodrigo.

Il cappuccino Cristoforo si rivolse al potente con umiltà e prudenza, ma il nobile gli rispose con sarcasmo accusandolo addirittura di avere mire volgari su Lucia, proponendosi addirittura come tutore. Tale provocazione ruppe ogni limite di rispetto e ogni granello di pazienza del frate…che a questo punto puntò l’indice verso don Rodrigo ammonendolo, evocando il giudizio divino e la punizione:

“a siffatta proposta, l’indignazione del frate, trattenuta a stento fin allora, traboccò. Tutti que’ bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo: l’uomo vecchio si trovò d’accordo col nuovo; e, in que’ casi, fra Cristoforo valeva veramente per due…

Come parli frate?

Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far paura…ho compassione di questa casa…Voi avete creduto che Dio abbia fatto una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla!…sentite bene quel ch’io vi prometto.

Verrà un giorno…

Don Rodrigo tra la rabbia e la meraviglia… afferrò quella mano minacciosa insultando il frate. Padre Cristoforo chinò il capo e se ne andò, lasciando don Rodrigo a misurare, a passi infuriati, il campo di battaglia…” Cap. VI

Eh già, il Cristianesimo è sempre stato un punteruolo nel fianco del potere, San Francesco lo sapevano bene, ma non se ne curò affatto.

MARIA FRANCESCA MAGNI

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