Le fotografie di Attilio Mina esposte al museo La Fornace di Barzio nella settimana di ferragosto
impellicolano i volti della ‘Gente di Valle’.
Fotografie che sembrano ritratti di rughe, di facce sofferte, di sorrisi appena accennati, di mani callose, di animali e di gente in posa naturale: storia bucolica mirabilmente tracciata sui volti di chi munge, fa il fieno, affianca la sua smorfia sorpresa al suo mulo…
“…immagine rigorosa e nello stesso tempo complessa, ma che sintetizza contemporaneità, storia, memoria e nello stesso tempo antropologia. Ogni personaggio ritratto attraverso una posa voluta ma anche colta, con un oggetto simbolico racconta sè stesso nella osmosi con il tempo…” Luigi Erba.
Gli occhi di chi guarda le foto entrano impetuosi negli occhi del fotografo che si riflettono di rimando negli occhi di quell’uomo che porge una manciata di noccioline o di quella donna che accarezza le capre, e così la magia si moltiplica e si ripete in tutti gli altri soggetti fissati da Mina con l’occhio meccanico.
Le immagini del fotografo si intersecano con la narrazione mentale e silenziosa dello spettatore che si racconta piccino nei prati con le greggi e poi nella nera fucina del nonno a vedere le scintille durante la limatura dei coltelli…i volti coinvolti riguardano persone vere: contadini, artigiani, lavoratori di mano e di testa, che danno vita al volto umano e sociale della Terra dei Paesi della Comunità Montana.
La pellicola di Mina ha fissato l’anima dei personaggi fotografati creando il romanzo della realtà agreste tra le nostre povere e rudi montagne.
Di fatto la fotografia è una forma d’arte che tende a fissare l’immediato: quindi nel documentare il tempo presente il fotografo registra i mutamenti culturali e sociali che si susseguono. Solo raffrontando le foto di ieri e di oggi ci rendiamo conto davvero di come cambiamo e di quanto muta l’ambiente che ci ospita.
Le trame verbo-visive suscitate dalle immagini fotografate di Mina si commuovono e si ingarbugliano nei pensieri e poi vanno, vanno fino in fondo ai ricordi di ciò che eravamo…
“…..l’incertezza nel progredire, l’errore nell’operare, tanto quanto l’imperfetto creato, rappresentino in ultima analisi un valore umano autentico e forse l’unica vera e sofferta poesia dell’esistenza” Attilio Mina, Casa mia
Attilio Minavive a Giussano, nato e cresciuto in Brianza a ridosso del confine svizzero del Canton Ticino da cui provengono i suoi genitori: “…che c’è dunque di peggio che l’essere partoriti con marginale errore di latitudine-longitudine e sopportare poi la vita accanto a fascisti…..Nulla. Sinceramente nulla è peggio! Eppur si vive, o meglio, si è vissuto dietro le spalle un intrigante avvenire, e inevitabilmente arriva il fatidico sì del: “pensionato garantito”! Mi dissero: è senescenza, vada pure…”.
Mina si autopresenta. Famiglia borghese, studi irregolari, il ‘68 in prima fila, le grandi illusioni, libero cronista con: ‘Il lavoratore lariano’ di Como, ‘Quotidiano dei lavoratori’ di Avanguardia Operaia, infine fotografo ‘concerned’ cioè impegnato o coinvolto socialmente: i primi servizi fotografici nel mondo degli emarginati, degli sfruttati, dei rifiutati e dei disabili…poi le sue foto si sono spostate sui grandi cortei, sugli scontri in piazza…ha documentato anche il teatro d’avanguardia quando Milano era ancora nebbiosa e ‘non ancora da bere’…In seguito realizzò reportage culturali collaborando con le Università, in particolare col Politecnico di Milano e collaborando con Ando Gilardi alla nascita del CTU Centro Televisivo Universitario diretto da Degli Antoni del gruppo fotogram per una didattica alternativa delle immagini e le conseguenti lezioni itineranti…Mina è stato anche docente all’ISA Istituto Statale d’Arte di Monza e ha collaborato con numerose Case Editrici: Zanichelli, Hoepli, Panini…
Il suo girovagare curioso e irrequieto gli ha riempito le tasche di vita offerta generosamente a piene mani a tutti noi attraverso i chiari e gli scuri delle sue fotografie.
MARIA FRANCESCA MAGNI







